Adolfo Baloncieri (U.S.Alessandria 1914-1925)

Adolofo Baloncieri, Internazionale Italiana 1927
Adolofo Baloncieri, Internazionale Italiana 1927

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ADOLFO BALONCIERI

Adolfo Baloncieri (Castelceriolo, 27 luglio 1897 – Genova, 23 luglio 1986) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo centrocampista.
La critica è sostanzialmente unanime nel collocarlo tra i più grandi calciatori d’ogni epoca. Gianni Brera lo considerava il miglior interno di tutti i tempi al pari di Giuseppe Meazza e Valentino Mazzola, e Carlo Felice Chiesa ha scritto nel 2010: «Se fosse possibile una graduatoria assoluta dei grandi registi del calcio mondiale di ogni epoca, probabilmente Adolfo Baloncieri, atleta di un tempo tanto remoto rispetto al nostro, finirebbe tra i primi, se non il primo in assoluto»

«Mezzala goleador di limpidissimo stile», veniva lodato da Gianni Brera per la «nevrile eleganza», il «genio» e l’«istinto goleadoristico». Sempre Brera lo definì «il più classico prodotto del calcio italiano negli anni 20 e uno dei più classici di sempre”.


Franco Ossola junior scrisse su di lui: «sapeva fare veramente di tutto: impostare, dettare i tempi dell’azione, scattare, dribblare, contrastare e andare, a volte meravigliosamente in gol». «Capace di dare nerbo non solo alla sua, ma anche all’altrui azione» è considerato da molti critici «il primo vero, autentico regista del nostro calcio». Per Antonio Ghirelli aveva «il senso della manovra, la percezione del movimento, l’intuito della posizione, la rapidità del tiro».
Renato Casalbore sottolineò che, forte della sua esperienza di vita in Argentina, esportò nel nostro calcio elementi stilistici tipici dei giocatori sudamericani inediti nel gioco all’italiana, come il tocco elegante, il virtuosismo, l’arte della manovra. «Con la sua andatura caratteristica – scrisse Vittorio Pozzo – scattava dalla posizione arretrata che è solito assumere, sgusciava via all’avversario, ed un suo tocco della palla generava un attacco, inscenava un’avanzata».

Adolfo Baloncieri era nato a Castelceriolo, sobborgo di Alessandria, da una famiglia originaria di Caselle Torinese. Durante l’infanzia visse per dodici anni con la famiglia in Argentina, a Rosario, e qui venne in contatto col mondo del calcio all’età di nove anni. Desideroso di dedicarsi allo sport, non completò gli studi di ragioneria.

Tornato in Italia, entrò nelle giovanili dell’Alessandria nel 1913; debuttò in prima squadra nel 1914, a 17 anni, prima che la Grande Guerra costringesse al blocco delle competizioni. Durante il conflitto fu al fronte come artigliere. Alla ripresa delle attività si distinse tra i calciatori più celebri degli anni Venti; ottenne importanti successi col Torino, con cui vinse due titoli nazionali (uno revocato per il “Caso Allemandi”). Nel 1930 fu nominato Cavaliere della Corona d’Italia su proposta del presidente della Federcalcio Arpinati. Smise di giocare nel 1931; interessato alla crescita dei giovani atleti, s’impegnò attivamente per la creazione del settore giovanile granata. Divenne poi allenatore, conoscendo alterne fortune.
Alessandria (1914-1925)
Dopo aver militato nella Juventus, formazione amatoriale alessandrina, esordì a 17 anni nella prima squadra dell’Alessandria; per diverso tempo si è indicato come giorno del suo debutto il 28 marzo 1915: in quell’occasione l’allenatore George Arthur Smith lo aveva schierato all’ala sinistra, in sostituzione dell’infortunato Bosio, contro il Milan. La partita, decisiva per l’esito del girone semifinale del campionato 1914-1915, terminò 0-0. Nel 2010 il giornalista Ugo Boccassi ha invece anticipato la data del debutto al 6 dicembre 1914, in Alessandria-Andrea Doria (2-2): Baloncieri giocò per sopperire all’assenza di Dellacasa, in una partita non brillante della linea d’attacco dell’Alessandria. In seguito allo scoppio della guerra, la società interruppe momentaneamente le attività.
Durante il periodo di guerra Baloncieri, come altri giocatori dell’Alessandria, disputò alcune partite amichevoli con l’Unione Sportiva Alessandrina, squadra dilettantistica sorta in quel periodo per sopperire all’assenza di società calcistiche in città. Ritornò tra i grigi nella primavera 1919, in occasione della Coppa Brezzi, competizione organizzata dalla stessa società e vinta superando Valenzana, Juventus e Casale.
Negali anni seguenti l’Alessandria disputò campionati nazionali di buon livello, senza mai riuscire a vincere il titolo, ma sfiorando le finali per tre volte (1920, 1922 e 1923) e raggiungendole nel 1921, quando fu sconfitta dalla Pro Vercelli. Baloncieri, che faceva parte di un famoso trio di centrocampo con Guglielmo Brezzi e Carlo Carcano, contribuì con continuità al conseguimento di questi risultati, segnando, a seconda delle fonti, tra le 72 e le 75 reti, dato che lo colloca al quarto posto tra i giocatori più prolifici in maglia cinerina.
Sebbene fosse ormai considerato il simbolo della squadra alessandrina, secondo diverse fonti attorno al 1925 il suo rapporto con la società era prossimo ad incrinarsi. Chiesa riporta che «l’Alessandria», dove era «costretto a fare la vedette», «ormai gli andava stretta». Certo furono avviate segretamente trattative per la sua cessione al Torino del conte Marone Cinzano; i granata offrirono la cifra, fra le più altre per l’epoca, di 70 000 lire. La dirigenza dell’Alessandria accettò, e il presidente Ronza si giustificò con i tifosi amareggiati esclamando «Non è il caso di disperare, abbiamo ceduto un vecchio ronzino».
Il rapporto con dirigenza e tifosi dell’Alessandria si sarebbe riallacciato solo nel 1929, quando nell’amichevole per l’inaugurazione nel nuovo stadio Hardturm di Zurigo contro il Grasshoppers Baloncieri accetto d’indossare nuovamente la maglia grigia.

Il fratello maggiore Mario fu calciatore dilettante nell’Alessandrina e poi giornalista, mentre il cugino Guglielmo Brezzi, morto in giovane età, fu suo compagno di squadra nell’Alessandria e in Nazionale. Fu colpito da altri lutti per via delle premature dipartite del fratello Carlo, annegato a Finale Ligure nell’agosto 1933, e di un figlio. Con l’altra figlia, Flora, insegnante, e una sorella visse a Genova negli ultimi anni. Morì nel 1986, pochi giorni prima di compiere 89 anni, per una broncopolmonite.

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