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Viale Tivoli e Corso C. Marx

Viale Tivoli e Corso C. Marx
Viale Tivoli e Corso C. Marx Le cartoline sanno essere narratrici di racconti e soprattutto sono in grado di mostrare aspetti sconosciuti della città di un tempo a noi che la abitiamo adesso. I mutamenti e le modifiche di strade e palazzi avvengono in misura minima anche quotidianamente e solo guardando le vecchie immagini raffiguranti gli stessi posti ci si rende conto di quanto l’aspetto del luogo sia cambiato. La cartolina che propongo oggi è relativamente recente (anni ’50) ma, nonostante questo, anch’essa reca in maniera evidente i segni dell’incessante scorrere del tempo. Si tratta di Viale Tivoli, un’importante arteria stradale (oggi) che collega la città vera e propria al Sobborgo Cristo – così era definito un tempo il Cristo – e ad altre località a sud della città (Cantalupo, Borgoratto, Frascaro, Gamalero, Cassine, Strevi, Acqui Terme e via di seguito, verso la Liguria). Più che della strada e delle località a cui questa conduce mi piace ora parlare dell’aspetto di questo spazio e dei palazzi raffigurati… soprattutto per quel che ancora racchiudono a livello di ricordi personali. Tanto per incominciare osserviamo che il luogo ritratto in cartolina pare essere immenso, se lo poniamo in rapporto al traffico quasi inesistente che allora vi gravitava; una motocicletta, pochi ciclisti, qualche pedone ed una sola automobile – forse in procinto di essere condotta nel cortile di uno dei palazzi – costituiscono tutta l’animazione del momento. Un distributore di carburanti Esso era posizionato proprio all’imbocco del viale, i cui alberelli tanto esili paiono essere stati piantumati da poco tempo. Le semplici case che si vedono sulla destra non esistono più, sostituite da altre costruzioni, da palazzi condominiali volumetricamente di maggior impatto. Gli edifici che per me conservano ancora molte suggestioni e ricordi vivi e palpabili sono quelli di tre piani, molto simili tra loro per colore e stile, che in cartolina si vedono allineati a sinistra e che esistono ancora. Apro una parentesi per dare un dettaglio cromatico… squisitamente tecnico. La cartolina proposta deriva da uno scatto fotografico in bianco e nero. Solo in fase di lavorazione tipografica sono stati aggiunti a mano quei pochi colori fasulli e poco probabili che vediamo. In una di queste tre case – come dicevo – abitavano degli zii e ricordo molto bene che negli anni ‘60 non mancava occasione per far loro visita, sia che quel giorno fosse una domenica qualunque sia che ci fosse la tanto attesa e sospirata Festa del Cristo. Mi piaceva moltissimo andare dagli zii del Cristo soprattutto perché, in quelle occasioni, molto più liberamente del solito potevo giocare con cugini e amichetti senza venire disturbato dagli adulti che – in quei frangenti – erano troppo impegnati nel giocare a carte (gli uomini) o nel raccontarsi aneddoti, storie e pettegolezzi… (le donne). Giuro che quanto appena esposto corrisponde a verità e che questo pensiero non vuole essere una battuta sfacciatamente maschilista… Nel tempo – molti anni dopo – attraverso la lettura dei romanzi di Ercole Patti, scoprivo molte analogie con quelle visite domenicali agli zii di Viale Tivoli. I suoni, le voci e i rumori che i personaggi di Un bellissimo Novembre producevano – durante i pomeriggi festivi trascorsi in una casa di via Etnea a Catania – erano gli stessi che avevo udito negli anni ‘60 a casa dei parenti del Cristo, siciliani anch’essi. Un altro ricordo, questa volta non troppo allegro, riguarda la stessa casa e le stesse persone e si riferisce ad un cagnolino – u canuzzu – come lo chiamavano gli zii nel loro dialetto messinese, che stava con loro. Un malaugurato giorno – inspiegabilmente – cadde dall’alto di quel terzo piano. Non ricordo esattamente in quali condizioni venne recuperato ma mi sovviene che da quell’incidente si salvò… tutti gli altri particolari in proposito però svaniscono nelle nebbie del passato. Non dimentichiamo che è storia di almeno cinquant’anni fa… In epoca più recente il destino ha forse voluto giocarmi un piccolo scherzo; non è niente di spettacolare, ma credo sia degno comunque di essere raccontato. Cercando immagini d’epoca in internet mi ero accorto che qualcun altro – come me – era interessato alle cartoline di Alessandria. Per farla breve, con una piccola indagine ero riuscito a scoprire chi fosse questa persona. Era una signora che stava in un’altra città e che da bambina aveva abitato proprio in una di queste case di tre piani. Non solo! Era originaria di Casalbagliano, ed il bello è che questo sobborgo sia il luogo di origine della sua famiglia e pure di mia suocera. Dalla frequentazione e dai dialoghi con questa persona, in seguito diventata una cara amica, ben presto scoprivo che sua mamma e mia suocera (quasi coetanee) si conoscessero molto bene e si fossero frequentate soprattutto all’epoca della loro fanciullezza e adolescenza… Forse i sentimenti mi hanno indotto a divagare sulle onde dei ricordi personali in misura superiore alla pazienza dei lettori (e spero che qualcuno non mi voglia accusare di uso improprio di mezzo pubblico). Però, occorre dirlo, le cartoline sanno fare anche questo. Sanno essere messaggere d’amore, d’amicizia e di speranza; non tutte concludono la loro missione in fondo ad un cassetto profumato di alloro o di naftalina, tra corsetti e antiche lenzuola ricamate. Molte cartoline per fortuna riescono ad uscire dal letargo secolare trascorso in un cassetto o in un ripostiglio di cose dimenticate; queste sono in grado di spandere la loro voce ancora molto lontano nel tempo e nello spazio, sanno ancora far ascoltare la loro musica; riescono a trasmettere la melodia dei dolci sentimenti e dell’abbandono, le note di tanti bei ricordi ormai svaniti per sempre… Tutto questo – però – se ci sono orecchie che sappiano udire tutte queste armonie… Tony Frisina