LE ORIGINI DELLE CITTA’

10805651_861196843924570_6131412251460394540_nCapita spesso ad un alessandrino che viaggi per l’Italia di sentir chiamare scherzosamente la sua città “Alessandria della paglia”; e molti sono convinti che, dalle origini e per parecchio tempo, Alessandria sia stata soltanto un grosso borgo con casupole dai tetti di paglia, abitate da gente primitiva. Ma si tratta di un equivoco dovuto ad una deformazione popolare del termine latino “Alexandria de Palea”, che vuol dire “Alessandria della palude”. Gli archeologi ritengono che, in epoche preistoriche, nella zona corrispondente all’attuale pianura di Marengo (detta anche della “Frascheta”), esistesse un grande lago; per sconvolgimenti naturali, il lago si sarebbe svuotato, lasciando al suo posto acquitrini e paludi. Col passare dei secoli sorgono in questa zona alcuni villaggi, tra i quali Rovereto, Bergoglio, Gamondio, Marengo, Villa del Foro, Solero, Oviglio. Ricordiamo i nomi di questi sette borghi, perchè, come vedremo in seguito, è dalla loro unione che, nel 1168, nasce Alessandria.10394777_838718772839044_5809273569319686510_n

Dalla stessa pianura di Marengo è derivato, sia pure indirettamente, l’appellativo con il quale gli alessandrini sono conosciuti in tutto il mondo: “mandrogni”. Non sono note con esattezza le origini di questa parola, si sa però che risale ad alcuni secoli prima della fondazione di Alessandria. La zona, all’inizio del X secolo, è saccheggiata dai Saraceni, che dalla Provenza si spingono fino in Piemonte. Sembra che una loro colonia, durante una scorreria, si sia insediata nella foresta della “Frascheta”, allora chiamata “Silva Danea” o “Silva Urbae”, ed usata come punto di partenza per le loro imprese. I Saraceni si dedicano anche al commercio, ma la loro attività principale è la razzia. Per le scorribande si servono di cavalli velocissimi che allevano essi stessi. Sono quindi, oltre che predoni, anche mandriani. E’ proprio questo vocabolo che, storpiandosi, si trasforma in “mandrogni”.
Il termine non è affatto dispregiativo, come si potrebbe supporre e come a volte è usato oggi: se etimologicamente deriva da mandriano, in realtà ha un significato più vasto, di commerciante, mediatore. E con la parola “mandrogno” si vuole sottolineare la abilità nel condurre gli affari, la furberia, la capacità di convincere: caratteristiche che hanno accompagnato per secoli la popolazione di quella località e che distinguono ancor oggi gli alessandrini. (Paradossalmente si dice che Cristoforo Colombo, appena sbarcato in America, abbia trovato in alessandrino che vendeva merce ai pellerossa).


L’intelligenza con cui gli abitanti sanno allacciare raporti commerciali è già conosciuta agli inizia del secolo XII. Nel 1146 Genova si accorda con Gamondio per sviluppare gli scambi. Otto anni dopo il borgo che sorge sulle rive del Tanaro riceve in donazione alcune terre dai grandi feudatari genovesi, marchesi del Bosco (ma è un gesto interessato). Fra di esse è compreso Rovereto, che sorge alla confluenza del Tanaro con la Bormida. E’ un borgo tipicamente medioevale, con le strade che dal basso salgono tutte al castello, il quale domina le case e il Tanaro. La parte più bassa, sul fiume, costituisce la cosiddetta “valle”; quella superiore sovrasta un’altro paese, Bergoglio, che si estende sulla sponda opposta del fiume. Pare che Rovereto sia già collegato a Bergoglio con un ponte di legno costruito da Carlo Magno; certamente vi è un porto fluviale comune. Accanto al castello di Rovereto sorge una bellissima chiesa romanica, Santa Maria di Castello, che ancor adesso conserva questo nome ed è il cuore della parte vecchia della città. Allora si venerava la Madonna di Rovereto, la stessa chiamata oggi “della Salve” (questo nome le viene dato nel 1489). Rovereto doveva essere un deposito di merci che, in arrivo da Genova attraverso due strade romane – “Julia Augusta” (Vado – Acqui – Tortona) e “Postumia” – e altri percorsi (Voltaggio, Turchino) erano immagazzinate in attesa di essere vendute nelle regioni confinanti. Il contratto di commercio tra Genova e Gamondio suscita grande interesse, ed il paese diventa un polo do attrazione per gli abitanti dei centri vicini: nel villaggio in riva al fiume confluiscono da Gamondio, Marengo, Villa del Foro, Solero, Oviglio, contadini, commercianti, piccoli feudatari, servi ribelli, profughi, briganti, usurpatori di terre, allevatori. E’ facile intraprendere nuove iniziative, allargare la propria attività e, con traffici poco puliti, arricchirsi. La gente accorsa attorno a Rovereto vi si stabilisce provvisoriamente. Poi, visto che nel borgo la vita è meno grama, pensa di trasferire anche la famiglia. Il centro si allarga ed i nuovi venuti si fondono con i primitivi abitanti del luogo, dando vita ad una comunità che, a mano a mano, diventa sempre più unita, anche per la necessità di meglio difendere i suoi fiorenti traffici commerciali dai predoni e dall’avidità dei vicini feudatari. Questa è già Alessandria, anche se la città nasce ufficialmente il 3 maggio 1168.Guglielmo il vecchio, marchese di Monferrato, vanta da tempo diritti su Bergoglio e Villa del Foro. E’ zio di Federico I detto il Barbarossa, il quale, divenuto imperatore di Germania nel 1152, scende in Italia per riordinare i suoi domini, dove clero, nobili e Papa sono in continuo litigio. Nel 1154 e nel 1158 Barbarossa, con due feroci invasioni, mette a ferro e fuoco le città dell’Italia settentrionale: i futuri abitanti di Alessandria per questa volta vengono risparmiati, ma sanno che prima o poi Barbarossa li attaccherà per restituire Bergoglio e Villa del Foro allo zio. Uno dei loro capi, Emanuele Boidi, li convince che l’unico mezzo per salvarsi è fortificare la città. A lui si attribuisce un nobile discorso con il quale avrebbe arringato la popolazione incitandola a costruire opere di difesa: “Popol mio, così divisi come siamo, non è possibile difenderci giorno e notte dal nemico senza veder languire la nostra agricoltura e, rimanere in continue paure e miserie. Riuniamoci in una località che difenderemo con fossi e mura, è la nostra unica salvezza per poter sperare di sopravvivere. Il luogo adatto è in riva al fiume, dove si incontrano le strade”.
Il discorso sprona all’azione la gente di Rovereto che scava fossi e innalza mura, lavorando senza tregua; i villaggi si consorziano e nasce così la prima struttura urbanistica della città. ma le opere di difesa non sono sufficienti, occorrono anche alleanze. Nel 1167 si era costituita a Pontida una associazione di Comuni per contrastare il passo del Barbarossa: la “Lega Lombarda”. Ad essa, con molte speranze decidono di aderire gli indifesi cittadini dei paesi attorno al Tanaro. Non avendo ancora dato un nome alla nuova città, la chiamano Alessandria, in onore di Papa Alessandro III (Rolando Bandinelli), protettore della “Lega Lombarda”, che ha scomunicato l’imperatore di Svevia.
L’unione di Alessandria alla “Lega Lombarda” avviene il 3 maggio 1168: tre consoli della città: Rodolfo Nebia, Aleramo di Marengo e Oberto di Foro – portano a Lodi l’adesione per la lotta contro l’invasore tedesco. E’ il primo atto ufficiale del nuovo Comune: e il 3 maggio 1168 viene considerato il giorno della fondazione di Alessandria.
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Gli alessandrini erigono nel 1170 la prima cattedrale: la dedicano a San Pietro e la costruiscono dove è adesso Piazza della Libertà. In poco tempo le chiese si moltiplicano e in ogni quartiere si venera un santo particolare o la Madonna: Gamondio intitola la sua cattedrale a San Martino; quelli di Marengo la dedicano a San Dalmazzo; gli abitanti di Bergoglio affidano il loro tempio alla protezione di Santa Maria; quelli di Rovereto restaurano ed abbelliscono la Chiesa di Santa Maria di Castello.
La città elegge suo patrono San Baudolino, vissuto ai tempi della denominazione longobarda. Si narra che egli avesse donato ogni suo avere ai poveri per vivere in solitudine e meditazione. Attorno alla sua figura fioriscono numerose leggende. La più nota è quella delle oche. Nei tempi remoti la regione era infestata da uno stuolo di questi animali che distruggevano le colture e che nessuno riusciva a sterminare. Disperati da tanta rovina gli abitanti chiedono aiuto a Baudolino, il quale mette a girare per le campagne presso Villa del Foro ed in mezzo ai branchi starnazzanti alza il pastorale benedicendo le bestie. Le oche si levano in volo e scompaiono in cielo. A San Baudolino si attribuiscono anche altri miracoli. Un giorno, mentre va a Tortona con un incaricato del vescovo, getta il mantello sulle acque della Bormida e su di esso attraversano tutti e due il fiume. Ai tempi di Re Liutprando (712-744), mentre il sovrano è a caccia a Marengo, uno scudiero ferisce gravemente suo nipote Aufaso. Il re, vedendo che il giovane sta per morire e conoscendo la fama di San Baudolino, manda un cavaliere a cercarlo. Quando il messo reale si presenta, il santo gli risponde che ogni intervento è inutile perchè nel frattempo Aufaso è morto.

Nell’autunno del 1174 diecimila soldati tedeschi, agguerriti, assetati di vendetta e di preda, calano in Italia dal Moncenisio. Distruggono in pochi giorni tutte le contrade e le città che oppongono resistenza. E’ l’esercito del Barbarossa che invade per la quarta volta l’Italia. Incendia Susa, entra a Torino, ma ne rispetta la neutralità. Cinge d’assedio Asti per otto giorni e la piega col ferro e col fuoco. Poi si avvia baldanzozo verso Alessandria. Vuole punire l’audacia della città nuova che, invece di sottomettersi all’Impero, si è unita agli oppositori. La sua ira esplode verso i ribelli. Egli incita i soldati: “Andiamo a dar fuoco a quel mucchio di strame”.
Gli ottomila alessandrini chiusi dentro le mura vedono avvicinarsi con terrore le prime avanguardie del possente esercito tedesco. Sanno che devono difendersi fino all’ultimo o morire. Alla fine di settembre comicia l’assedio. Barbarossa è fiducioso: con le sue tremende macchine belliche ha già espugnato fortezze e città che parevano imprendibili (Milano, Crema, Tortona, Spoleto, Chieri); ridurrà alla ragione in poco tempo anche questo piccolo borgo temerario.
Ma i giorni passano, e Alessandria non cede. Viene l’inverno. Barbarossa, che credeva di vincere in pochi giorni, deve combattere contro la neve e il gelo di un inverno rigidissimo. I suoi soldati muoiono di freddo e di fame. Passano altri mesi, Barbarossa non può attendere: o espugna la città, o l’abbandona. Il 6 aprile, domenica delle Palme, quando per consuetudine si rispetta la tregua di armi, l’Imperatore tenta un estremo attacco penetrando nella città fortificata attraverso un sotterraneo. Una leggenda narra che, mentre i soldati tedeschi stanno per impadronirsene, appare loro San Pietro su un cavallo bianco; in una mano ha le chiavi del Paradiso, nell’altra una spada minacciosa. Gli armigeri tedeschi si impauriscono e gli alessandrini possono respingere l’attacco.

 

Se l’esercito di Barbarossa è stremato, la situazione non è certo migliore all’interno della città. Anche qui la gente comincia a morire di fame. Molti già pensano di arrendersi. A questo punto leggenda e realtà si mescolano. La tradizione vuole che un popolano, Gagliaudo Aulari, si presenti ai capi della città e suggerisca uno stratagemma per sconfiggere Barbarossa. Fa mangiare ad una giovenca il poco grano rimasto, poi, con l’animale, esce fuori dalle mura. Subito viene imprigionato dai soldati di Barbarossa e la mucca uccisa. Nello sventrare l’animale i guerrieri si accorgono con meraviglia che le interiora sono gonfie di grano. Barbarossa si convince che la città nuota nell’abbondanza e che non è possibile prenderla per fame; nella notte del sabato santo toglie l’assedio.
Così il Carducci descrive la fuga precipitosa dei soldati tedeschi nella poesia “Sui campi di Marengo”:

“Su i campi di Marengo batte la luna; fosco – tra la Bormida e il Tanaro s’agita e mugge un bosco; – Un bosco d’alabarde, d’uomini e di cavalli, – Che fuggon d’Alessandria da i mal tentati valli. – D’alti fuochi Alessandria giù giù da l’Appennino – Illumina la fuga il Cesar ghibellino. – I fuochi de la Lega rispondon da Tortona, – E un canto di vittoria ne la pia notte suona; – Stretto è il leon di Svevia entro i latini acciari: – Ditelo, o fuochi, a i monti, a i colli, a i piani, a i mari”.

L’episodio di Gagliaudo (che oggi è la maschera alessandrina) è ricordato con una rozza cariatide in pietra, murata nell’angolo della Cattedrale.index

Si riporta negli annali tra leggenda e verità quella che doveva essere la storica frase con cui Gagliaudo ingannò il Barbarossa:

“Per mancasa d’fen, per mancansa d’paia – a mantnumma er bestii con dra granaia; Ma at dirò a nom di me fioi – e a pos propi dili con argoi – che s’un mancheisa ancasei er gran – In cederran mai i Lisandren in cederran”.
(Per mancanza di fieno, per mancanza di paglia, nutriamo le bestie con della granaglia; Ma ti dirò a nome dei miei figli, e posso dirlo proprio con orgoglio, che se ci mancasse anche il grano, non cederanno mai gli Alessandrini, non cederanno). (Coll. L. Gabey).

Dopo l’assedio, Alessandria viene progressivamente abbandonata dai suoi alleati e protettori. Stipula alcuni trattati che si rivelano in seguito poco vantaggiosi. E Barbarossa, che non è riuscito ad umiliare gli abitanti con la forza, vi riesce con la diplomazia: nel 1183 Alessandria diventa città imperiale. Due atti simbolici sanciscono la sua sottomissione a Barbarossa: la città cambia nome e, in omaggio all’Imperatore, assume quello di Cesarea; tutti gli uomini e le donne vengono fatti uscire dalle mura e, in un giorno stabilito, sono ricondotti entro la cinta da un delegato di Barbarossa, a significare il completo dominio anche sulla popolazione. Il Comune riprende il nome di Alessandria nel 1198.

DOPO IL BARBAROSSA

Alessandria esce scossa dal periodo turbinoso delle lotte che si sono susseguite dopo la fondazione e nelle quali ha dimostrato il suo valore. Sarebbe un momento favorevole per espandersi e creare una solida ossatura economica. Altre città come Asti, Cremona e Casale gettano le basi della loro futura prosperità. Alessandria resta indietro. Ha diecimila abitanti, cifra considerevole per quei tempi, e il contado è altrettanto numeroso. Ma le mancano la grinta, la tenacia e il coraggio che cinquanta anni prima le hanno permesso di resistere a Barbarossa. Nel XIII secolo Alessandria ha un’aria dimessa, come altri comuni dell’epoca. E’ cinta da alte mura e molto fortificata. Ha già l’aspetto di una fortezza, aspetto che conserverà per tanti secoli. I bastioni si ergono, per chi guarda la città dall’esterno, oltre i due fiumi, i quali accrescono le sue possibilità di difesa. Si accede in Alessandria attraverso quattro porte, che di notte sono sbarrate e sorvegliate da sentinelle in armi; le guardie alloggiano nelle “bicocche” (specie di torri rudimentali), dove sono accumulate provviste per molti giorni. Accanto alle porte, sorgono piccole costruzioni basse in cui gli incaricati del Comune riscuotono i dazi e le dogane. Pochissime le strade selciate. La maggior parte sono in terra battuta: i cavalli sollevano enormi polveroni d’estate e sprofondano nel fango durante la stagione delle pioggie. La pavimentazione di alcune vie, tra cui la via Larga o dei Portici, risale al 1298. Nello stesso periodo viene “inghiaiata” la strada per Genova. Al centro delle vie scorrono allo scoperto le “rugatae”, i rigagnoli delle fognature. La sporcizia è dovunque. Gli abitanti buttano dalla finestra le immondizie. Mancano i gabinetti (solo qualche ricco possiede un”cesso” con pozzo nero). In mezzo alle strade lastricate che sono chiamate “contrade”) scorre un canaletto sormontato da alcune “carrarole” (piccoli ponticelli). Vi si attingeva l’acqua per gli animali e tutti gli usi domestici. Le vie di Alessandria nel XIII secolo sono strette, sopratuttto nel quartiere Rovereto: se da un lato riparano dai gelidi venti invernali, dall’altro favoriscono gli agguati. Più lineari quelle di Gamondio e Marengo. Strade e portici prendono il nome dai mercati che ospitano o dalle attività che vengono esercitate: c’è il Portico del Formaggio, dei Panni, dei Cambiavalute, dei Macellai, ecc. Le case del popolo sono in pietra a secco, di mattoni quelle dei signori. Piccole finestre a bocca di leone fanno entrare poca luce e molto freddo: il vetro è sconosciuto, lo sostituisce la carta o la tela. Scarse le abitazioni con il pozzo, più numerose quelle che dispongono di un orto con pollaio e porcile. Non è raro vedere i maiali grufolare nelle strade.
I pochi e stretti locali costringono la gente a vivere in promiscuità: sotto lo stesso tetto, ad esempio, un artigiano abita con la famiglia, quella dei suoi servi e dei suoi operai. In un letto dormono spesso più persone, anche di sesso diverso. Sconosciute le lenzuola, le coperte scarseggiano. Ci si corica completamente vestiti (comprese le scarpe) d’inverno, e seminudi d’estate. In queste condizioni la pulizia, come si può ben immaginare, è rara. I bagni li possiedono solo i nobili, ma anch’essi li usano non più di due o tre volte all’anno. Quando fa freddo nessuno si lava il viso tutti i giorni, al massimo una volta alla settimana. Il bucato non si fa sovente, per quanto non si usi biancheria imtima (nessuno, nè uomini, nè donne, porta mutande).

Sulla mensa dei poveri, un pò di zuppa, pane, lardo e qualche verdura raccolta nell’orto. La domenica e le altre feste compare la carne (quasi sempre di maiale, o selvaggina). I signori, invece, passano molte ore a tavola (colazione al mattino verso le 7, pranzo dalle 12 alle 16, cena alle 19), con banchetti che comprendono decine di portate. Dopo questi lauti pranzi, il signore gioca a dadi o a scacchi con i familiari e gli ospiti, ascolta i lazzi dei buffoni e dei giullari, o assiste alle danze.
La vita della plebe è regolata dal sole: si alza al suo sorgere, va a letto con le prime ombre. Non c’è illuminazione per le strade, in casa solo qualche candela. Nei castelli è tutt’altra cosa; le stanze sono rischiarate dai candelabri. In mancanza di orologi, la campana della chiesa più vicina (ogni quartiere ne ha almeno una) regola la vita della comunità. Con suoni particolari annuncia i pericoli, le feste, le riunioni pubbliche, i funerali. Un araldo legge nelle piazze le notizie ufficiali.
Intorno al 1200 la donna è considerata poco più di un oggetto, da conservare soltanto perchè mette al mondo i figli. E’ il padre di lei che combina il matrimonio, stipulando un contratto con il futuro sposo, o con il genitore di questi, se egli è troppo giovane. I matrimoni sono molto precoci: le leggi fissano l’età minima per la sposa a 12 anni, per lo sposo a 14. Ma spesso sono chieste e rilasciate con facilità, puerchè si paghi, delle dispense per bambine di dieci anni o anche meno. Le cerimonie nuziali cominciano davanti alla casa della sposa, dove si riuniscono al mattino presto i parenti e gli amici. Un’ora prima del matrimonio, si forma il corteo, che si dirige verso la chiesa, attraversando quasi tutta la città. Alla testa vi è la sposa, scortata da due damigelle che reggono con una mano il velo e con l’altra una pianticella di rosmarino, simbolo di fecondità e di prosperità. Il prete attende la coppia sulla soglia del tempio dove viene celebrata la cerimonia. Segue poi il banchetto che, per le famiglie più facoltose, dura fino a sera inoltrata. A questo punto, parenti e amici accompagnano a casa gli sposi, i quali entrano nella camera da letto, mentre il sacerdote dà l’ultima benedizione. I giovani sposi devono mantenersi casti per tre giorni e tre notti (le famose “notti di Tobia”), altrimenti sono scomunicati. Anche il funerale si svolge con grande sfarzo, in mezzo a una moltitudine di gente. Il defunto è spogliato e lavato in una vasca contenente acqua profumata, poi rivestito con i panni migliori e composto nella bara. La funzione dei becchini è svolta dai parenti, perchè non esistono pompe funebri (sorgeranno in Europa dopo la tremenda peste del 1348). Se il morto appartiene a famiglia ricca e nobile, le esequie assumono un carattere ancora più grandioso. Intervengono bande musicali, con decine di suonatori, squadre di “prefiche” (donne che piangono su ordinazione, come avviene ancora oggi in alcuni paesi dell’Italia meridionale); le amiche di famiglia partecipano il loro dolore gridando e strappandosi gli abiti e i capelli, rotolandosi per terra. Sotterrato il morto, tutti si mettono a tavola per un pranzo che dura più di un giorno.

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L’amministrazione del Comune subisce nel 1228 una importante riforma con l’Istituzione dell’ “Anzianato”, giunta di governo formata da dodici rappresentanti del popolo. I rapporti fra i cittadini, e fra questi e la pubblica amministrazione, sono regolati dagli Statuti, che non sempre è facile far osservare. Redatti agli inizi del 1200 da 48 “Sapienti” gli Statuti dettano norme spesso poco chiare sull’ordinamento giudiziario, la disciplina delle acque, l’annona, le strade, i commerci, le professioni. Pare che nel 1200, o poco dopo, esistano già le corporazioni di mestiere: macellai, commercianti al minuto detti anche “ritagliatori”, barcaioli, artigiani, speziali, cambiavalute, braccianti, ortolani, panettieri, ecc. I pesi e le misure sono gli stessi adottati a Genova, le monete sono quelle correnti a Tortona. Più tardi sorge il Collegio dei Giureconsulti, attraverso il quale poche famiglie nobili controllano le massime magistrature cittadine. Nel 1273, un primo tentativo di attuare il catasto e i ruoli delle imposte, che prenda il nome di “libro delle taglie”. Già allora, con i brogli e le corruzioni, i più ricchi tentano di far togliere il loro nominativo dal temuto registro. I notai stendono i documenti ufficiali, i giudici curano la giustizia civile, il podestà quella penale. Le disposizioni di polizia sono fatte osservare dai “militi”.
Vicino agli spalti, trovano posto taverne e osterie. Se ne ricordano ancora alcune dai nomi caratteristici: del Ponte, del Gallo, dei Saraceni. Come nelle case, anche nelle locande regnano sporcizia e promiscuità. I nobili possono ottenere una stanza tutta per sè; gli altri devono accontentarsi di dormire insieme, nello stesso camerone, a volte nel medesimo letto. Varie disposizioni di polizia vietano di portare armi (è permesso solo ai nobili e ai cavalieri), di spostarsi di notte senza un serio motivo e soprattutto senza lume.

Agli inizi del secolo dalla Lombardia viene a stabilirsi in Alessandria (nei quartieri di Rovereto e Bergoglio) una comunità di frati, monache e laici. È la corporazione degli Umiliati, che avrà un peso notevole nella vita sociale ed economica della città. Fra di essi serpeggiano idee eretiche: considerano il lavoro come un dovere cristiano e sociale e lo realizzano in pratica filando e tessendo la lana. Gli Umiliati vivono in un unico quartiere, nella zona dov’è la chiesa di San Rocco. Hanno una discreta rete commerciale, attraverso la quale vendono i prodotti in altre città, a Milano e a Genova. Tutto sommato, il secolo XIII è un periodo di pace, anche se non mancano dissidi, scontri, scaramucce con i signori vicini, soprattutto contro i successori del vecchio nemico di Alessandria, il Marchese del Monferrato. Una di queste spedizioni porta gli alessandrini ad invadere Casale (1215), dove fanno un bottino di guerra di cui ancor oggi v’è traccia sul Palazzo Comunale: qui è sistemato un galletto di ottone tolto ai casalesi durante il saccheggio.

Il seguente stralcio di storia alessandrina e casalese è tratto da STORIA DEGLI ALESSANDRINI (1965) di Fausto Bima (Alessandria 1912 – Genova 1981), storico, pubblicista, uomo politico, amministratore di grandi aziende nazionali.

« Nel fondo della storia di Alessandria del secolo XIII vi è il permanente dissidio antagonistico con i marchesi di Monferrato. Limitiamoci a ricordare due episodi salienti. Nel 1215 gli Alessandrini collegati con il conte Tomaso di Savoia, i Milanesi, i Vercellesi e i Tortonesi devastano e mettono a sacco Casale e oltre rubare i corpi dei Santi Evasio, Natale e Proietto, che restituiranno in occasione di uno degli infiniti accordi stipulati con l’animo di violarli, si impossessano di un galletto e di un angelo di ottone che erano sulle torri di quella cattedrale e che fissano sulle guglie del vecchio duomo alessandrino, dove vi rimangono fino al suo abbattimento avvenuto sotto il governo napoleonico. Di come sia finito l’angelo non si sa nulla. Ed è probabile che sia andato ad adornare la casa di qualche amante delle memorie del passato, facendo una fine migliore delle catene tolte dagli alessandrini nel 1282 al ponte dei pavesi che, poste nella cappella di Santa Croce in duomo, secondo quanto racconta lo Schiavina, vennero da un sacrestano ai suoi tempi adoperate per attrezzare il camino della cucina. Il galletto, recuperato, è ancora oggi sulla basilica di ferro e lamiera che sovrasta l’orologio a tre quadranti posto sul fastigio del palazzo del comune di Alessandria. »

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GUELFI E GHIBELLINI
Quando, nel 1225, s’introducono in Alessandria le parti guelfe e ghibelline, le famiglie, seguendo quale l’una quale l’altra bandiera, si dividono in due categorie:
QUARTIERE DI GAMONDIO
Guelfi del Comune
Trotti, Canefri, Boidi, Spandonari, Baratta, Rossi, Malvicini, Belloni.
Guelfi del popolo
Gambaruti, Vespa, Cacciaguerra, Basgiazzi, Frascari, Dulchi, Borghi, Ferri, Boschi, Mazza, Felizzani, Busazzi.
Ghibellini del Comune
Lanzavecchia, Castellani, Merlani, Mossetti, Bagliani, Angelleri, Martina
Ghibellini del popolo
Varzi, Falameri, Aulari, Pettenari, Ardizzoni, Granari, Ottobelli, Rogna, Filiberti, Cermelli, Pupini, Forti.
QUARTIERE DI MARENGO
Guelfi del Comune
Gambarini, Rustiani
Guelfi del popolo
Ghilini, Stortiglioni, Milani, Peri, Calvini, Bottazzi, Da Po, Piovera, Braschi, Danesi
Ghibellini del Comune
Calcamuggi, Firoffini, Inverardi
Ghibellini del popolo
Paraccioli, Perboni, Clari, Pietra, Coppa, Cerci, Bernera, Muzii, Dellavalle, Santi, Bravi, Mondatori, Dulchi, Corti.
QUARTIERE DI ROVERETO
Guelfi del Comune
Delpozzo, Bianchi, Marcelli
Guelfi del popolo
Arnuzzi, Parma, Gavigliani, Rana, Borelli, Baglioni, Farina, Lumelli, Ferrari, Castaldi, Prevignani, D’Ossola, Mairoli.
Ghibellini del Comune
Inviziati, Guastavina
Ghibellini del popolo
Bolla, Robutti, Villavecchia, Melazzi, Ferrari, Conzani, Lioni, Pederana, Pavesi, Calogni.
QUARTIERE DI BERGOGLIO
Guelfi del Comune
Guaschi, Squarzafichi, Nizzia, Scribani, Sardi, Vacca, Accatini, Porzelli, Reschii, Balocchi, Nachi.
Guelfi del popolo
Anolfi, Mantelli, Ottelli, Moizi, Cova, Arobba, Parmesani, Stranci, Celerini, Guerzi, Balosti, Grassi, Bellisani, Grilli.
Ghibellini del Comune
Scaccavelli, Colli, Scoglia, Prella, Cassani, Sacchi.
Ghibellini del popolo
Pertusati, Genovesi, Rovelli, Mombaruzzi, Pisani, Baravalli, Porcellana, Alvergna, Lemuggi, Gorbellarii, Mastruzzi, Zanelli, Lodola, Panza, Panizza, Barberi, Roberti, Marescotti, Penazii, Cornaglia, Maruelli.

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Nella foto: Rappresentazione della città e di Bergoglio, entrambe delineate nei contorni fortificati e nel tessuto interno riprodotto attendibilmente. Lungo la cinta si aprono porte urbiche 'Albareti', 'Reziola', 'Marengo' (in precedenza S.Spirito), 'Nova' (ossia Genova), 'S.Andrea' (chiusa), 'Fori'. Ben definita appare la trama viaria e l'individuazione di tutti gli isolati. In corrispondenza degli edifici di culto, conventi e oratori, figura la scritta esplicativa, parte in latino, parte in italiano, preceduta ciascuna da un numero d'ordine progressivo. Chiaramente visibile il 'nucleo' e la piazza di S.ta Maria di Castello.
Nella foto: Rappresentazione della città e di Bergoglio, entrambe delineate nei contorni fortificati e nel tessuto interno riprodotto attendibilmente. Lungo la cinta si aprono porte urbiche ‘Albareti’, ‘Reziola’, ‘Marengo’ (in precedenza S.Spirito), ‘Nova’ (ossia Genova), ‘S.Andrea’ (chiusa), ‘Fori’. Ben definita appare la trama viaria e l’individuazione di tutti gli isolati. In corrispondenza degli edifici di culto, conventi e oratori, figura la scritta esplicativa, parte in latino, parte in italiano, preceduta ciascuna da un numero d’ordine progressivo. Chiaramente visibile il ‘nucleo’ e la piazza di S.ta Maria di Castello.
Nella foto: Il Monumento a Gagliaudo, sito in Piazza Giovanni XXIII
Nella foto: Il Monumento a Gagliaudo, sito in Piazza Giovanni XXIII
Nella foto: La chiesa romanica di Santa Maria di Castello.
Nella foto: La chiesa romanica di Santa Maria di Castello.
Nella foto: un tipico brigante "mandrogno"
Nella foto: un tipico brigante “mandrogno”
Precedente Danzando in Cittadella. Successivo Dietro l'attaule Atm c'era il Gas, anzi il GAZ. Foto in un esterno del Direttore e famiglia.

Un commento su “LE ORIGINI DELLE CITTA’

  1. Gian Paolo Armano il said:

    Io ho studiato che Mandrogne in origine era una colonia penale, costruita in quella zona,
    dalla Repubblica Marinara di Genova, dove venivano inviati i condannati a scontare la
    pena detentiva.-
    Attorno al Carcere, si insediarono, in costruzioni di fortuna, i famigliari dei carcerati,
    dando vita a un sempre più esteso agglomerato abitativo.-
    A partire dagli anni 1100 circa, l’espansione fu tale che l’abitato divenne residenza fissa, indipendentemente dalle sue origini.-

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