LA VENDETTA DEL TANARO di Marco Canepari

Il racconto è tratto da “La vendetta del Tanaro”, un volume di cronaca degli avvenimenti del 1994 di Marco Canepari. L’autore, guardia provinciale, residente in via Giordano Bruno, narra la “sua” domenica dell’alluvione, vissuta sul cavalcavia allo svincolo per San Michele.

DOMENICA 6 NOVEMBRE

Il cavalcavia è affollato, l’acqua ha raggiunto il livello di tre metri e continua a crescere; la scena che si presenta ai miei occhi è terrificante: la corrente fortissima trasporta di tutto, dai bovini morti alle auto, ai bomboloni del gas. Guardo in direzione del Residence San Michele dove, mi dicono, c’era un pranzo di nozze: le persone sono tutte sul tetto e le auto che erano parcheggiate lì davanti si sono tutte arenate contro la ferrovia Alessandria-Valenza. È in quel momento che passa un autotreno, trascinato dalla corrente come se si trattasse di un fuscello; giunta nei pressi della ferrovia la motrice s’impiglia sul fondo, il rimorchio viene strappato via e dopo un centinaio di metri urta contro qualcosa e si sfascia. I tetti della borgata Bivio, vicino al cavalcavia, cominciano ad affollarsi; qualcuno grida in preda al panico, mentre gli allarmi delle case echeggiano in modo lugubre, rendendo lo scenario ancora più allucinante. E mi sembra di vivere un incubo. Ogni tanto salgo sull’auto per sentire la radio, ma dall’altra parte il mio collega Silvano dice: “Non chiamate più, dobbiamo scappare, sta arrivando l’acqua anche qui, dobbiamo abbandonare la sede”. Mi rendo conto che la zona Orti, che è più bassa della sponda del fiume sta per essere allagata. È ormai tardo pomeriggio e non guardo nemmeno più l’orologio, perché il tempo sembra essersi fermato: poi arriva un elicottero dei carabinieri, carica le persone sui tetti e le scarica dove siamo noi, per accelerare l’opera dei soccorsi, perché si avvicina la sera e con l’oscurità non riuscirebbe più ad operare. Ci incantiamo ad osservare l’abilità del pilota a manovrare: là dove le persone sono sui balconi viene fatta calare una fune con un carabiniere legato, poi le persone vengono imbragate e issate sul velivolo, così in un paio d’ore tutti gli occupanti dei tetti sono in salvo sul cavalcavia. C’è chi si rifugia nel bar, chi sulle auto in sosta e sono chiari sul volto di tutti i segnali della paura per il pericolo appena scampato. Verso il tramonto l’acqua aveva raggiunto i massimi livelli e nei pressi del casello si era formato un capannello di curiosi. È lì che arriva Domenico, un ometto di origine meridionale che abita a San Salvatore, con un canotto da mare. Nei pressi della ferrovia, in località Loreto si sente invocare aiuto, l’uomo con il canotto vuole partire in soccorso, ma i carabinieri non lo lasciano andare perché è pericoloso. Ma, appena le forze dell’ordine si distraggono, Domenico fa di testa sua e non si volta nemmeno quando gli gridano di tornare indietro; al contrario continua a remare in mezzo a quel mare d’acqua e di melma che trasporta di tutto. Arriva vicino ad una casa dove una signora affacciata a una finestra del primo piano gli dice che sui tralicci della ferrovia ci sono suo marito e suo figlio. La corrente in quel tratto è forte, ma Domenico, fallito qualche tentativo, riesce comunque ad accostarsi al traliccio, dove sono aggrappati Mario e il figlio Daniele: sono in quella posizione da cinque ore e sono stremati. Scendono sul canotto e accostano ad una casa lì vicino, dove vengono messi in salvo grazie ad un lenzuolo calato dalla finestra, cui s’aggrappano per salire al primo piano. L’operazione va a buon fine, ma su un traliccio più avanti c’ è ancora una persona, Nicola, un abitante di quella zona, che bisogna raggiungere a tutti i costi e Domenico arriva anche lì e salva pure quell’uomo. Insieme dirigono il canotto nel cortile di una casa vicina dove un uomo è abbarbicato ad un pino: è Sergio, viene da San Giuliano, era venuto a trovare un amico, quando l’acqua è arrivata così all’improvviso che non ha trovato di meglio che arrampicarsi su quell’albero. Domenico mette in salvo anche Sergio, poi si dirige verso il passaggio a livello, dove una donna è avvinghiata all’argano che solleva le sbarre; ormai ha solo la testa fuori dall’acqua e le braccia si sono irrigidite in quella scomoda posizione, così devono faticare e non poco per trarla in salvo. E Domenico finalmente si dirige verso il punto iniziale da cui era partito ma è proprio allora che il canotto urta qualcosa e si squarcia. Ma non importa, le persone sono ormai in salvo e Domenico si butta a nuoto. È ormai buio e quel qualcosa che si muove nell’acqua arrancando contro la corrente potrebbe essere qualsiasi cosa, anche un toro inferocito, invece è la sagoma di un uomo, è Domenico, sfinito, sgomento per quanto ha visto, che, semplicemente, dopo avere salvato cinque persone, si dilegua nel nulla. Una cosa che mi premeva raccontare perché forse Domenico non riceverà premi o riconoscimenti, pur avendo rischiato la sua vita per gente che nemmeno conosceva.

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