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LA SQUADRA ALESSANDRINA E IL QUADRILATERO

LA SQUADRA ALESSANDRINA E IL QUADRILATERO

Il metodo di lavoro che Smith, allievo di William Garbutt, applicò all’Alessandria presentava aspetti inediti per il calcio italiano dei primi decenni; introdusse allenamenti intensi e mirati, irrobustì il centrocampo arretrando due attaccanti per ispirare meglio la manovra offensiva ed insegnò un gioco corale basato su schemi e palla a terra. L’opera di Smith, morto durante la prima guerra mondiale, fu ripresa da Carlo Carcano (che la esportò alla Juventus e in Nazionale), da Bèla Rèvèsz, Karl Sturmer e Umberto Dadone, e garantì alla giovane società diversi decenni di militanza ad alti livelli facendo affidamento su elementi provenienti quasi esclusivamente dal vivaio. Alessandria andò così a comporre il “quarto lato” di quello che la Gazzetta dello Sport in un’inchiesta del 1914 definì il “quadrilatero delle università del foot-ball”, completato da Vercelli,Novara e Casale Monferrato, città dove l'”autodidattica calcistica” aveva avuto come inaspettato risultato una “sicura marcia ascensionale di unità che fino a ieri erano confinate in una categoria inferiore”, contro cui nulla potevano “il rinnovarsi e l’intensificarsi della forza degli squadroni maggiori”. Il giornale notava che una realtà di provincia poteva attuare “una sorveglianza diretta della sua squadra”, e che il giovane calciatore “nella piccola cerchia della vita cittadina che si alimenta delle nuove tradizioni sportive e le difende ad oltranza”, lontano dalla “tumultuosa e pericolosa vita scapigliata”, era pressochè obbligato “a spendere le ore di svago e di riposo nei quotidiani esercizi di allenamento”.