Il Carnevale in Alessandria e la Battaglia del Borotalco

BATTAGLIA DEL BOROTALCO - Gagliaudo, accompagnato dalla fisarmonica di Gianni Coscia, sotto l'attento sguardo di Ennio Dolfus ed Enrico Foà, rende omaggio al sindaco Basile.BATTAGLIA DEL BOROTALCO (2)BATTAGLIA DEL BOROTALCO (3)BATTAGLIA DEL BOROTALCO (4)BATTAGLIA DEL BOROTALCO (5)BATTAGLIA DEL BOROTALCO (6)BATTAGLIA DEL BOROTALCO (8)BATTAGLIA DEL BOROTALCO1954 la battaglia del borotalcoVolendo proporre un quadro storico-etnografico del Carnevale, occorrerà premettere che se tutte le forme di cultura popolare sono state oggetto di trasformazione nel tempo e se tutte hanno subito interventi di riforma, censura, correzione, nessuna più del Carnevale ha visto convergere su di essa spinte alla modificazione-manipolazione.

Secondo un vecchio proverbio alessandrino, “L’Epifania tit al fèsti ij pòrta vija, ui riva Carvè, riturna a purtè (oppure: “Carvè ui turna a mnè”)”. Per il mondo contadino tradizionale, la festa di Carnevale, che veniva subito dopo l’Epifania rappresentava la Grande Festa preannunciante la buona stagione e il conseguente inizio dei lavori agricoli, per cui dalle popolazioni delle civiltà cerealicole veniva celebrata con cerimonie e usanze tipiche dei riti d’inizio di un ciclo annuale.
Nella nostra area provinciale, pur mancando un lavoro sulla storia delle manifestazioni carnevalesche, possiamo però disporre di un buon numero di attestazioni relative ai secoli scorsi, o di tipo confutativo (fonti ecclesiastiche) o di tipo documentario,per opera di analisti, storici ed eruditi locali.
I Carnevali storici della città di Alessandria, rievocanti la vittoria dell’astuzia “mandrogna” di Gagliaudo pastore su Barbarossa imperatore, occupano gli anni dal 1873 al 1881. Ma, rispetto alle forme rituali tradizionale, si va verso un’organizzazione di tipo celebrativo (la componente “turistica” farà la sua apparizione nel Novecento, in particolare fra le due guerre) che appare spiccatamente borghese e urbana.
La caratteristica principale degli autentici Carnevali del popolo era l’infrazione,l’oltranza espressiva e gestuale, lo sberleffo, il rovesciamento parodico, l’eccesso. Come esempio di espressione libera e liberatoria, di momentanea licenza verbale che rompe i consueti schemi del rispetto dell’autorità, dei tabù linguistici, dei ruoli e delle gerarchie di ogni genere, si ha nell’Alessandrino, la “bosinata o businà”, un’impietosa rassegna delle magagne della passata stagione, esposta coram populo in rime dialettali da alcuni personaggi mascherati: una rassegna che spesso, da satira bonaria delle vicende paesane si trasfigurava in atto di accusa contro storture, ingiustizie, privilegi.
Della festa di Carnevale non potevano non appropriarsi i goliardi che, nel tempo libero lasciato agli studi (o viceversa?) si dedicavano al divertimento giocoso. Il Carnevale era l’occasione più ghiotta per una trasgressione caciarona e impunita. Anche in Alessandria, dunque, Carnevale goliardico fu. I primi appuntamenti carnevaleschi che vedono gli universitari alessandrini tra i protagonisti risalgono agli anni Venti. Si visse così, fino a metà degli anni Trenta, con una certa empatia tra goliardi e Carnevale. Gli anni bui, che di lì ad un decennio seguirono, non potevano che smorzare l’allegria ma, tornata la voglia di vivere, la linfa giovanile, riprese spensierata. Fino al 1947 però il Carnevale veniva perlopiù celebrato in luoghi chiusi (Music Hall). Nel 1949, invece, prese ad assomigliare ad altri più celebri, uscendo per le strade con i classici carri, dove la fantasia creativa, unita alla verve satirica degli universitari dava il meglio. Ma nel 1950 successe l’incidente che rese la strada per la sfilata molto più “accidentata”: un bel giorno, alla ricerca di un’idea di come movimentare il Carnevale, al bar Baleta, vero crogiuolo e quartier generale degli universitari, si presentò un certo Salvaneschi (impiegato della fabbrica Paglieri) con un sacco di borotalco. Qualcuno deve aver pensato che, se ad Ivrea si faceva la battaglia con le arance, da noi sarebbe stato bello farne una col talco che, oltretutto, valorizzava un prodotto locale. E nacque così la battaglia, tra quelli del bar Baleta e i frequentatori del bar Sport. Dopo vari scontri, la folla che assisteva venne letteralmente…polverizzata, fu una cosa divertente con prigionieri e conseguenti riscatti, ma…i soliti benpensanti, probabilmente quelli che avevano impolverato lo spolverino nuovo, si dolsero con chi di dovere, per cui, nell’anno seguente, l’Autorità costituita pose il veto ad un’impazziata così farinosa. I nostri amici universitari vollero partecipare il loro dolore a tutta la cittadinanza e così organizzarono il funerale del Carnevale. La voglia di “profumo” era così tanta che, alla fine (1954), con magnanimità del potere ma anche con la saggia intermediazione del buon sindaco Nicola Basile, si diede l’autorizzazione alla battaglia purchè delimitata e circoscritta nella sola piazza Garibaldi. La fantasia degli studenti partorì la rievocazione dell’assedio di Alessandria da parte del Barbarossa e quindi si organizzò quasi un set cinematografico: da una parte i “crucchi”, dall’altra i “mandrogni”, con naturalmente, Gagliaudo e la sua vacca.

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