Il Bar Balete e le donne

IL BAR BALETA E LE DONNE
di Enrico Bo

La vulgata corrente recita che al Bar Baleta, le donne fossero rigorosamente escluse, con gran dispetto delle medesime, così almeno illustra e suggerisce il disegno. La realtà è un poco diversa, come cercherò di illustrarvi. E’senza dubbio vero che il Baleta, come più volte rimarcato, si poteva considerare un club quasi privato, con una serie di “clienti” fissi, quasi dei soci a pieno titolo, dove non solo le donne, come in tutti i circoli maschili che si rispettavano erano bandite, ma anche i “turisti” erano sopportati come un male necessario anche se tutto sommato sopportabile. Tuttavia bisogna aggiungere anche un’altra cosa. A quei tempi nei bar, in tutti i bar, ed in particolare quelli, cosiddetti con biliardo, le donne non entravano proprio. Non era considerato un luogo adatto alle signore, così come allora le donne non fumavano per strada. Considerando che il bar è stato aperto nel 1929, si può dire che fino agli anni ’70, questa era la regola non scritta e rispettata da tutte, anche perché, diciamo la verità, un luogo generalmente pieno di fumo, popolato di uomini che giocavano a carte e al biliardo, parlando di donne e motori, aveva comunque uno scarso appeal per l’altra metà del cielo. Sta di fatto che per decenni il genere femminile in generale, non aveva mai varcato la soglia nascosta nel vicolo, per altro, area poco adatta al passaggio. Le signore, potevano limitare il percorso alla piazzetta, per andare coi mariti al cinema Moderno o tutt’al più a prendere il gelato da Cercenà.

Ma il nostro era un bar speciale, così col passare dei decenni, mentre gli altri locali si aprirono a poco a poco alla nuova gentile clientela, una barriera invisibile, se pur solo teorica, rimase come scolpita lettere di fuoco nelle regole del locale, come la tabella dei giochi proibiti che i regolamenti di polizia imponevano di appendere vicino alla licenza. Cominciarono a circolare leggende, come quella che ci fosse un ordine tassativo, in base al quale, a qualunque voce femminile che telefonasse chiedendo di qualcuno, si dovesse rispondere che il ricercato non c’era, ma era uscito un attimo. Si narra poi di signore che fuori del portone di via Alessandro III, aspettavano un avventore a caso in procinto di entrare, pregandolo di chiamare il marito, invitandolo ad uscire per qualche urgenza. Cose di questo genere insomma. E cominciarono così anche gli anni ’70, quando gli sconvolgimenti del substrato sociale iniziarono a cambiare lo stato delle cose. Il bar Baleta era rimasto l’ultimo baluardo alla difesa dell’intimità maschile, mentre il femminismo militante si scatenava nelle strade. Verso la fine del decennio, proprio l’anno in cui, ricordo, dovetti ripararmi in un portone nei pressi del tribunale di Milano, inseguito da occhiate minacciose, mentre passava un corteo di sciamannate che urlavano “L’utero è mio e lo gestisco io” e ” Maschio represso masturbati nel cesso”, la regola incriminata non poteva più oltre passare sotto silenzio. Un bel giorno, si generò lo strappo decisivo. Un pullman di femministe inferocite, partì addirittura da Casale Monferrato, evidentemente baluardo del femminismo militante piemontese, con un piano ben preciso, porre termine a questa insopportabile discriminazione.

Il mezzo attraversò il Monferrato tra canti di protesta e proponimenti di far valere finalmente il principio della liberazione della donna dalle catene psicologiche e dalle costrizioni morali imposte dal vituperato maschio latino (anche se in fondo l’Alessandrino ha ben poco a che vedere con la latinità in generale; sempre meno gli iscritti al liceo classico, anche se tutti frequentatori assidui del bar). Parcheggiò con difficoltà nella vicina e stretta via Trotti, intasando un po’ il traffico locale, ma in quel periodo si era fatta una certa abitudine alle manifestazioni di varia natura, per cui la cosa non smosse le pubbliche autorità ed il corteo, attraversata la piazzetta di slancio, entrò impetuosamente dalla porta a vetri del vicolo. Di botto e del tutto inaspettatamente l’ormai anziano padre di Gino, l’originale Carlo detto Baleta, si trovò davanti al bancone, il gruppo di quaranta Erinni mute che lo 1457751_650003111710612_2073944184_ncon severità minacciosa. La capa lo apostrofò diretta con una domanda secca e con l’indice puntato: “Cosa dice a quaranta ragazze che sono entrate in questo bar, dove le donne non possono entrare?”. Baleta posò con calma il bicchiere che stava asciugando, squadrò il gruppo con il suo occhio ironico di sempre e rispose: “Mi sentivo solo in verità, ma non è proprio così, purtroppo sono le donne che non vogliono entrare. Quanto a me più clienti ci sono e più sono contento”. Offrì da bere a tutte, augurando tra una Coca e una gazzosa, di averle presto ancora come clienti. La furia si smontò e il gruppetto, sedata la sete, torno al pullman sciamando festoso verso altre contestazioni, altre lotte.

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