Cittadella di Alessandria – abitavo proprio lì!

In Cittadella hanno vissuto molte famiglie di militari o dipendenti civili, sfrattate a partire dagli anni ’60 perchè tutti gli spazi dovevano essere a disposizione del 52° Artiglieria Pesante.
La famiglia Passalacqua fu tra le prime ad arrivare. Infatti, il padre, un civile addetto al Genio Militare, giunse nel 1928 da L’Aquila e abitò con la famiglia nella caserma del Genio o della Cavalleria. La prima figlia, Ottavia, fu l’ultima bambina nata proprio in Cittadella, nel 1940. I ricordi suoi e delle sue sorelle sono davvero tanti: “Le strade non erano asfaltate, solo terriccio e quando passavano i camion sollevavano un polverone! Non erano illuminate e mio papà, che era severo, non ci lasciavano mai uscire, tanto meno col buio, neppure mia sorella che era fidanzata con un maresciallo; ci ripeteva di camminare con gli occhi bassi e non voltarci mai se sentivamo fischiare: c’erano 1200 uomini tra truppe e graduati. Era una vita severa, con le persiane sempre chiuse per evitare sguardi indiscreti, soprattutto all’ora di cena perché abitavamo proprio di fronte alla mensa ufficiali, stendevamo la biancheria lungo lo scalone interno, mai all’aperto perché sarebbe stato sconveniente. Avevamo da mangiare in abbondanza: coltivavamo l’orto e allevavamo galline e conigli. Il magazzino viveri era grandissimo e molto fornito, rivedo tante forme di formaggio e, a volte, mio papà si accordava con i marescialli e potevamo usufruirne. Eravamo fortunati perché la casa era bella e avevamo anche il telefono a nostra disposizione, nero, lucido, appeso al muro: a quei tempi era raro. Scaldavamo le stanze con le stufe e l’acqua sul fornello a gas. Mio padre, che era manutentore, installò il rubinetto dell’acqua a casa nostra e dei marescialli. Potevamo uscire sui bastioni o a passeggiare dopo le ore 18, mentre di giorno dovevamo essere molto riservati. Qualche volta potevamo comperare il gelato alla mensa ufficiali. Ci piaceva lo spettacolo dei soldati che uscivano in libera uscita: allineati, ordinati, in divisa perfetta, erano controllati uno per uno. Noi eravamo conosciuti, quindi potevamo entrare senza controlli; gli estranei, invece, dovevano presentare un documento per ricevere il tesserino di riconoscimento o essere accompagnati. A proposito dei controlli, la futura cognata ricorda che “ quando andavo a far visita ai futuri suoceri, mi accompagnavano due militari armati, io ero nel mezzo e mi sentivo carcerata”.

Vivevamo tranquilli, non avevamo paura di nulla perché c’era molto rigore e una disciplina ferrea.
Anche le altre caserme , soprattutto la Giletti, e la palazzina del Centro Trasmissioni erano abitate, non solo da famiglie di marescialli e comandanti ma anche da barbieri, sarti, calzolai, tutti dipendenti civili.
Una delle sorelle Passalacqua, maestra, insegnava alle scuole serali ai militari analfabeti, (venivano quasi tutti dal Sud) per conseguire la licenza elementare. Erano ragazzi poverissimi, alcuni rubavano viveri di tutti i generi, carne compresa, la vendevano ai bottegai e spedivano subito i soldi a casa, facendo sparire immediatamente la ricevuta dell’Ufficio Postale .
La famiglia Brugnone fu l’ultima a traslocare, nel 1977. Ricorda con tanta nostalgia la sua casa abitata dal 1955, al 1° piano della caserma Giletti: un appartamento ricavato tramezzando le camerate. Le piaceva vivere lì, i muri erano così spessi che sotto le finestre c’era lo spazio per la lavatrice o i mobiletti, i soffitti molto alti, tanto che fu necessario cucire tre tende per avere la lunghezza del tendone. Però l’avventura ricominciava tutte le mattine: il bagno era in comune con un’altra famiglia, così si faceva la gara per arrivare prima, proprio come per stendere sul terrazzo; si lavavano i bambini nel mastello con l’acqua scaldata sulla stufa. A turno le famiglie pulivano gli spazi comuni con segatura e petrolio. Ogni mattina passava il lattaio.
Le famiglie si facevano compagnia, andavano d’accordo, si aiutavano a fare la salsa nelle vie di fuga del bastione San Michele, allevavano galline, riempivano di terra gli abbeveratoi dei cavalli e seminavano il prezzemolo; organizzavano pic-nic e invitavano anche le famiglie degli Ufficiali e ognuno offriva la propria specialità.
Pics by Roman Robroek

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