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In barchetta sul Tanaro di Rossana Massa

Tratto dal libro “Memorie di nebbia selvatica”
di Rossana Massa

In barchetta sul Tanaro.

Un tempo si navigava sul Tanaro e si consumavano merende sulle sue sponde o direttamente in barca ed i ragazzi nuotavano nelle acque fluviali ed il fiume risucchiava qualche giovane vita di tanto in tanto.
L’annegamento di un coetaneo non scoraggiava la masnada di “ragazzacci” che continuava a bagnarsi in mutande o a rovesciar barconi, in armonia col Tanaro, strano Dio a cui qualche sacrificio bisognava offrire.
Le famiglie erano numerose, la miseria s’annegava all’osteria, ma la gita in barca, con la scusa della pesca, era una valida alternativa, per i maschi adulti di casa, al rosario di bicchierini consumato nella piola ( osteria).
Cescu aveva una bella barca, la sua passione, ridipinta d’azzurro ogni primavera, ben difesa dai ragazzetti da robusti teli d’incerata. In barca Cescu pescava con ridicole canne, che destavano l’ilarità dei veri pescatori, ma soprattutto gustava rosette e salame crudo macinato grosso e annaffiato d’un barbera a volte lasciato cullare in un secchio dalle acque fresche del fiume.
Cescu aveva acquistato un’abbronzatura intensa, che oggi sarebbe assai ricercata, se non fosse per lo stampo della canottiera, che non toglieva. Un fisico maschile, temprato dal fiume e dal sole acquisiva una virilità apprezzata, perlomeno d’aspetto.
Cescu aveva pochi ma cari amici, con i quali a volte condivideva la fuga pacifica sul Tanaro, sulle acque del quale preferiva tuttavia andar da solo, lontano dal vociare dei figli nelle due stanze di casa. Alla domenica Cescu in barca andava con moglie e qualcuno dei marmocchi, a disagio nei vestiti della festa, costretto a rinunciare al cappellaccio comodo e bisunto per portare il Borsalino leggero, per non sfigurare con la moglie, in fresca cotonina fiorita. La Luisa, infatti, sfoggiava vestine vezzose, ma castigate e portava avvolto attorno al capo il “fazzolettone da barca” stampato a grossi papaveri : unico accessorio vivace d’un abbigliamento semplice e tristanzuolo.
Cescu in barca preferiva andar da solo, per cantarsi a squarciagola la “Turandot” o la “Cavalleria rusticana”, esecuzioni rese brillanti a mano a mano che il livello di barbera nella bottiglia scendeva.
Tra i pochi amici fidati c’era Teresio, il calzolaio, appena tornato dalla Germania col gruzzoletto da emigrante, a dire il vero già consumato, coi tre figli da crescere.
Teresio era fisicamente piuttosto imponente e di carattere forte, come tanti alessandrini d’allora, anche se non portava, come usava, coltello a serramanico, per il timore un giorno di adoperarlo in modo avventato. Un placido gigante a volte un po’ ombroso, che suscitava una certa ammirazione femminile, compresa quella della Luisa.
Accadde una domenica che Cescu e Teresio se ne andarono in gita in barca, eccezionalmente senza famiglia. Quanto era abbronzato Cescu, tanto niveo era Teresio, non abituato al sole ed alla barca, che non possedeva. Anche Teresio aveva una bella voce tenorile e soprattutto amava il barbera. Sole e vino e Teresio cominciò a soffrire il caldo. I raggi cocenti arrossavano la pelle delle sue bianche gambe, denudate per rinfrescarle in Tanaro e Teresio le coprì con la candida camicia della domenica. Cescu portava il cappellaccio di sghimbescio, ma Teresio era a testa scoperta e la luce solare cominciava a far sentire la sua violenza sui capelli biondastri, il viso roseo e gli occhi chiari e in barca non trovò niente di meglio del fazzolettone di Luisa. Così ben bardato, Teresio continuò a godersi il fiume, il salame, il barbera e la compagnia di Cescu. Insieme intonarono una romanza ed erano solisti e coro contemporaneamente.
La Luisa inviperita correva su e giù imprecando sulle rive ad Tani , nera col Cescu, maledetto orso, solitario anche di domenica, dimentico dei figlioli e della moglie in cotonina.
Teresio, non ritenendo sufficiente la copertura di cotone aveva aperto in barca un vecchio ombrello sbrindellato che usava in caso di pioggerella, non ritenuta un ostacolo per le uscite in barca.
Così protetto e surriscaldato dal barbera, Teresio intonò col Cescu un duetto con tanto di voci in falsetto, per un’insolita quanto improbabile “Bohème”.
Intanto la barca sfilava sotto agli occhi di Luisa, in alto sulla riva, che già indispettita riconobbe Cescu e scafo, ma scambiò Teresio per una donna, con gonna chiara ed il suo fazzolettone in testa, la svergognata! Cescu era allegro e vispo come un galletto e cantava con la donnaccia come mai aveva fatto con Luisa. Se l’era scelta tonda e grossa, con le tettone ben protette dal sole, il porco! Luisa, segaligna e piatta, nutriva una certa acredine per le signorine “Grandi firme” allora in voga e Cescu ne aveva una in barca, raccattata chissà dove e chissà quando.
-Putana! Disgrasià d’in Chichen!- urlò Luisa a pieni polmoni, poi fece ritorno, imbufalita al cortile, dove figli e vicine l’aspettavano. A casa, Luisa recitò per tutti una memorabile scena d’afflizione di moglie ferita e tradita, per di più di domenica.
Cescu, dal canto suo, non s’era accorto di nulla, intento a godersi fiume, sole, barca e lirica, condividendo con Teresio buonumore e barbera.
Inutile raccontare come Cescu fu accolto, a sera, al suo ritorno a casa e come invano cercò di convincere Luisa che la porcona in barca altri non era che il Teresio. Luisa accolse la spiegazione come un ulteriore affronto, conosceva bene Teresio, bell’uomo piacente e virile , che certo non poteva essere confuso con una donna.
Per salvare una famiglia e un matrimonio, Teresio fu costretto a sfilare con camicia annodata in vita e fazzolettone in testa per Spalto Borgoglio, cantando in falsetto “ …mi chiamano Mimì”. Luisa si convinse che la versione dei fatti fosse veritiera, ma il Cescu fu costretto ad andare in barca soltanto alla domenica, sempre di domenica e mai più con il barbera.
Cescu ubbidì, ma non riverniciò più la barca e spesso si dimenticò di coprirla col telone ed i ragazzetti a volte la spingevano in acqua, per usarla come piattaforma per i tuffi in Tanaro.
Da vecchio, Cescu, i cui figli erano diventati piccolo-borghesi benestanti, veniva portato al mare in Liguria. Gli era stata regalata una barca nuova, tenuta in quel di Camogli. A volte Giovanni, il figlio primogenito, la spingeva in mare, incoraggiando il padre ad una gita, ma il mare l’era nenta Tani e il diabete vietava il barbera. Cescu non tradì Tanaro per il mare ( ci andava “con quella faccia un po’ così…alla Conte), così come non aveva mai tradito Luisa, che del resto era morta da qualche anno.
E Teresio ? Ricordò tutta la vita il curioso incidente e per anni lo raccontò agli amici di sezione del PCI, dai quali sperava, alla sua morte, un funerale civile, con la banda in testa ed il feretro coperto di fiori rossi.
Morì senza compagni al funerale, anche perché fu celebrato in duomo, perché i nipoti si vergognavano di un nonno ateo ed i comunisti di quei tempi si vergognavano di togliersi il cappello in chiesa, poiché Don Camillo non sorrideva ancora a grandi denti a Peppone e non era ancora nato il Partito Democratico.
In memoria di Cescu e Teresio non fiori, ma bottiglie di barbera ed un pensiero alle acque del Tanaro che scorre, come il fluire del tempo su splendori e tenere miserie alessandrine e forse canta, con un linguaggio d’acque che soltanto chi è impastato di nebbia e fango di questa nostra Lisondria può comprendere : “ mi chiamano Mimì, ma il mio nome è…Teresio.
Teresio era mio nonno materno e non faccio parte del ramo bigotto dei nipoti, ma a quei tempi ( mi riferisco al funerale e non alla vicenda narrata) avevo sei anni. Mi sarebbe piaciuta la banda tuttavia, era solenne e struggente, anche se forse e sottolineo forse…un po’ stonata e chiassosa, ma la benedizione d’un Dio forse è la speranza del profondo del cuore anche di noi agnostici, dolenti di non credere come i puri di cuore e forse sarebbe stato meglio abbinare le celebrazioni funebri e che una banda avesse accompagnato il feretro davanti ad un Dio anche minore, passando, ovviamente, da un’osteria strada facendo.Tanaro