ALESSANDRIA di Rossana Amayomom

ALESSANDRIA

di

Rossana Amayomom

Da dove e come iniziare? Qual è l’inizio e quale il motore? Meglio una sequenza cronologica o lasciare spazio ai ricordi e alla fantasia, fornendo frammenti staccati dal resto, ma efficaci ad evocare momenti, come vecchie fotografie che si animano di volta in volta, oppure una concatenazione degli eventi, come in un film?

Persone, luoghi, situazioni in un mondo così lontano e così pronto al richiamo dettagliato. Un carosello di nomi appartenenti a persone che non sono più, ma che hanno lasciato una traccia indelebile ed, in fondo, fanno parte di me.

Gli odori non si possono richiamare alla memoria, se non si ha una percezione diretta, ma nominandoli e descrivendoli aprono un’enciclopedia di ricordi e di emozioni.

Il lavabo di granito rozzo e grigio, nella sua scatola di legno, quasi un armadio nella casa al primo piano di via Santa Maria di Castello al numero 12, di fronte all’Istituto dei Salesiani e poco lontano dalla più vecchia chiesa di Alessandria, dove i miei genitori si sposarono nel lontano Giugno del ’46.

Le vacanze passate nel caldo torrido di Alessandria, o il giorno dei Morti, dove si mangiava il tradizionale piatto di ceci. Il viaggio con una semplice utilitaria, ancora attraverso il traforo di Pino Torinese e tutti i paesi del Monferrato perché l’autostrada non era ancora pronta, vedendo solo le nuche dei nostri Genitori e sentire Papà che snocciolava di volta in volta i nomi dei paesi da Pino Torinese , Villafranca d’Asti, Quattordio fino ad arrivare a Solero e finalmente la frazione di San Michele, quindi già sperando di vedere il vicino Tanaro e quindi la Cittadella e poi essere arrivati. Il viaggio era ed è breve, ma sembrava di attraversare un mondo intero, perché mi portava davvero in un altro mondo: quello dei Nonni.

Arrivati, scendevo correndo dalla macchina e, sempre correndo, salivo gli scalini che portavano all’appartamento dei Nonni, di due camere semplici, con un grande balcone sempre fiorito, il gabinetto all’esterno e dotato di una minuscola camera al piano superiore, gelidissima d’inverno, dove una piccola stufa a legna e carbone forniva un calore ed un odore mai dimenticato.

Correvo per due motivi: uno era l’impazienza di vedere la Zia Pina, sorella maggiore di Papà e l’altro per paura di Papà Zede, un vecchio, ai miei occhi, di età biblica, bianco di barba e capelli lunghi, al pianterreno in una specie di grotta a smontare pile e batterie di auto. La mia paura era suggerita da un vecchio libro di Pinocchio, dove Mangiafuoco era rappresentato con i tratti del vecchio ancestrale.

La Zia Pina apriva quindi la porta e mi abbracciava dicendomi sempre ”Bel pirsèn d’la Sia”[1], nel fantastico dialetto alessandrino, che faceva parte di “quell’altro” mondo.

Effettivamente la Zia si chiamava Giuseppina in modo ufficiale ed anagrafico, Pina per tutti e “Spinaci” per noi. Non sempre era entusiasta di quello storpiamento del suo nome, ma a noi nipoti perdonava qualsiasi nequizia.

 

La casa era una antica costruzione medioevale, quasi un castello, provvista addirittura di una torre sormontata da un galletto di latta. Dal grande portone si entrava in un cortile spagnoleggiante e non asfaltato, popolato e fiorito di petunie e gerani. Al centro troneggiava un pesco enorme dai frutti paradisiaci per noi (li si raccoglieva e non si compravano al mercato). La vecchia portinaia era a destra nel cortile, l’ingresso di casa sua era riparato da scaffali di legno, dove i vasi multicolori erano un tripudio lussureggiante. Vagamente, come in un sogno nebuloso, la ricordo come sempre immersa nella lettura della Bibbia. Era genovese e si chiamava Marina. Nome appropriato per chi proveniva da una città portuale.  A sinistra invece viveva una megera, la Mariarosa, una strana creatura a cui mancava il naso, non so se per nascita o per una deformazione successiva. La Mariarosa, o meglio la “Sensa Nas”, fu spesso il bersaglio di scherzi di Papà e dello Zio Sandro. Per esempio, i due terribili facevano omaggio floreale alla Mariarosa, estirpandole i fiori della sua stessa finestra e porgendoglieli con gran cavalleria. La povera addirittura li ringraziava, per poi dar a loro “tuc i mila nom”[1].

Il cortile era popolato anche da miriadi di ratti, che facevano capolino all’imbrunire, soprattutto nei dintorni dei bidoni della spazzatura, ma anche in casa di una certa Lina, che viveva dall’altro lato del cortile, sempre al primo piano. La Lina era praticamente cieca, suo marito, Paolo, lo era del tutto, ma avevano la televisione, a quei tempi davvero una rarità. La Lina era anche amante dei gatti, ne aveva almeno un centinaio, suoi e non, che la visitavano all’ora di pranzo e cena e si mischiavano ai ratti ai quali la Lina provvedeva con carezze e cibo, con equilibrio e generosità come provvedeva ai gatti, che non distingueva più dai roditori. I ratti arrivavano all’ora di cena, camminando in fila indiana sulla ringhiera del balcone. La Lina li accarezzava, erano praticamente addomesticati. La Nonna e la Zia le urlavano  sconvolte dal balcone : “Lina, se c’la fa? I son nenta gat, i son rat!”[2].

Lei rispondeva, amorevole: “ Ma no, i son gatèn!”.[3]

I Nonni, invece, avevano un cane, meglio una cagna, Mirca. Era un misto di terrier e non so qual altro quadrupede, abilissima nel catturare i topi, che portava orgogliosa alla Nonna Adele, lasciandoglieli sulla soglia di casa. La Nonna non ne era entusiasta. E non elogiava la capacità venatoria della Mirca, ma la minacciava di percosse (effettivamente mai vidi picchiare un cane in casa nostra).

 

I Nonni non avevano il frigorifero ma la “giasera”[4], in cui si mettevano gli alimenti deperibili che venivano raffreddati grazie a pani di ghiaccio venduti per strada, mi pare tutti i giorni d’estate. Ricordo il passaggio del “giasè” che urlava la sua merce e avvolgeva il ghiaccio in carta di giornali. E la fretta di portarlo al sicuro, perché non si sciogliesse per strada.

I Nonni non avevano neanche la televisione e, per ovviare all’inconveniente, si andava sulla terrazza di fronte al balcone della Lina e, da distanze contro la mia incipiente miopia e quella già manifesta di mia sorella Paola, si guardavano film preistorici. L’audio era, grazie a Dio ed alla sordità della Lina e del Paolo, percepibile anche a quella distanza.

La terrazza veniva anche usata per stendere le grandi lenzuola usando dei pali che terminavano in una forca per tendere i fili. Sulla terrazza dava anche la porta dell’alloggio di Pierina, sordomuta, ma molto loquace, da cui mia sorella preferiva passare il tempo, certamente per Furia, il cane che la Pierina, nel suo linguaggio sordomuto, chiamava Fuja. Dalla terrazza si raggiungeva, passando il cancello anche il balcone dei Nonni, carico di vasi di fiori, con i mitici fujò, una specie di sempreverde dalle foglie lunghe e polverose, senza alcun pretesto, ma onnipresente.

 

Per entrare sul balcone bisognava passare davanti all’alloggio di Maria “la Luca”[5] una immigrata chissà da dove, che non parlava l’alessandrino, ma italiano e che viveva con sua figlia Caterina ed un uomo (di cui si mormorava fosse l’amante della figlia). Con Maria la Zia Pina conduceva una guerra privata che durava da anni e i cui momenti di tregua si indovinavano dal cancello di separazione, che in quei casi veniva lasciato aperto al passaggio nostro (e della Maria).

L’alloggio dei Nonni era di una semplice povertà che forse rasentava la miseria, ma molto curato, come si addice alla povertà perbene. Le mattonelle della camera da letto venivano trattate con un prodotto chiamato “Sangue di Bue”, che nella mia fantasia di bambino evocava misteriosi rituali di sgozzamento di bovini. In realtà era una cera per pavimenti con un colorante rosso scuro.

La Zia Pina ai quei tempi lavorava alla Cittadella, una grande costruzione dove si trovavano sino a 20.000 soldati ed ufficiali. La Zia era l’unica donna in quel bastione maschile, ma il suo carattere gioviale e risoluto la rendevano il personaggio ideale per quella compagnia. Era addetta al guardaroba e  alla biancheria dei soldati, di cui stirava camicie e mutande. In tutto quel verde militare, la Zia spiccava per i suoi capelli fiammanti. In piedi, ritta come un fuso, o seduta a rammendare o a riattaccare bottoni persi nella battaglia quotidiana dei soldati di tutta Italia. Ancora anni dopo riceveva cartoline da tutta la Penisola, da bellissimi luoghi che la Zia non ha mai potuto vedere di persona. Si rallegrava del pensiero e nominava le località, come se ci fosse stata, o se volesse passare le prossime vacanze; Positano, Sorrento, Taormina, Otranto, Oristano… A volte mi portava con sé al lavoro, dove io passavo il tempo a fare da mascotte a tutti quei ragazzi lontani da casa e dagli accenti più diversi. Ricordo anche la cioccolata che mi comprava allo spaccio dei soldati dal sapore amaro e squisito, impacchettata in carta beige e le bustine di plastica trasparente ripiene di cognac. Un giorno un soldato mi diede un rondone caduto dal nido, spronandomi a buttarlo in aria, affinché prendesse il volo. Invece il povero ricadde a terra, provocando il mio pianto e l’imbarazzo del soldato (e gli insulti della Zia al militare… tei propri n’ureri)[1].

La Zia non era l’unica sorella del Papà, ma esisteva ancora una Zia, l’Eldina (Elda, per favore), più giovane di lei e che viveva, sposata e con due figli, a Torino. Di loro avrò occasione di parlare più volte.

Nata il 3 Febbraio del 1912 era la veterana di famiglia, godeva del massimo rispetto, potendo ben raccontare di due guerre mondiali. Rossa, alta e magra, lentigginosa nonostante i chili di Pomata Biancardi per schiarire la pelle, sempre elegante anche nel grembiule da casa, abile sarta e dalla parlata schietta e coraggiosa all’estremo, era la colonna portante di quel che restava della famiglia.

Il Nonno Angelo, angelico anche di carattere, era pensionato da tempo, dopo aver fatto dal pompiere alla guardia notturna. La sua passione era quella di raccogliere tutto ciò che avesse una qualche parvenza di utilità, che poi portava nel solaio, dove a volte teneva qualche gallina. Soltanto io avevo il permesso ed il gran privilegio di entrare nel suo solaio, dall’odore di polvere e di legno antico. Mi portava anche al mercato del bestiame e restava con me tutto il tempo che desiderassi. Durante una delle visite, vedendomi affascinato da un piccolo pony grigio e leggendomi il desiderio negli occhi, mi promise addirittura di comprarmelo, trattando seriamente con il venditore. Mi convinse poi il venditore stesso dell’assurdità del mio desiderio, in quanto un appartamento di Torino non è proprio il luogo ideale per un cavallo. Ne fui convinto e così il Nonno ne uscì a testa alta. Altre volte mi accompagnava, sempre su mio desiderio, ai giardinetti della stazione, dove c’era un piccolo laghetto con un paio di cigni. Era di un carattere dolce e paziente e di un fisico scattante, magrissimo, ma muscoloso e forte. Mi sembrava scolpito nel legno. Portava i capelli tagliati a spazzola, foltissimi e argentei, e questo gli dava un’aria sbarazzina, nonostante i quasi ottant’anni di età.

Amava andare al “gasometro”, un bar di nessuna pretesa, dove incontrava gli amici di un tempo e dove portava anche me. Lui prendeva un bicchiere di vino rosso, a me era riservata la gassosa, che stranamente, chiamavano “bicicletta”, non so per quale motivo. Ricordo che le bottiglie non erano chiuse da un tappo a corona, come quelle di oggi, ma avevano come chiusura una biglia di metallo, che si doveva spingere col dito all’interno. Una stranezza che trovavo solo lì e che quindi collegavo alle altre originalità alessandrine. Era spesso una scusa portarmi al gasometro, perché così il Nonno aveva una ragione plausibile per uscire a prendere qualcosa.

Gli alessandrini si muovevano quasi tutti in bicicletta, che io associavo alla gassosa, dato il nome, un po’ perché le auto non erano ancora così diffuse e poi per la loro rapidità nelle strette vie della città.

A Paola piaceva una macchina che allora andava per la maggiore, la “Dauphine”, che avrebbe voluto, chissà perché, blu. Ce n’era spesso una posteggiata non lontano dalla casa dei Nonni, e lei la ammirava facendone commenti entusiasti. Il Nonno non aveva la macchina e neppure la patente. Gli unici ad averla erano il Papà e, in passato, anche lo Zio Sandro. Entrambi l’avevano conseguita durante il servizio militare.

Il Nonno Angelo proveniva da una famiglia di origine lombarda, da Vigevano. Era nato il 19 Giugno 1888, anno che mi inorgogliva, dato che anche Ungaretti era nato ad Alessandria (d’Egitto, però) nello stesso anno.

I lontani parenti di Vigevano, mai visti peraltro, vivevano in un alone di grande ricchezza, secondo i canoni alessandrini e si occupavano di calzature.

La Nonna Adele, da noi nipoti chiamata anche Adelarda in un gioco di parole che la irritava, era stata anticamente operaia alla Borsalino, da cui, oltre a qualche cappello, aveva ereditato un’asma incurabile che la costringeva nelle tropicali estati alessandrine a passare le notti sul balcone armata di un ventaglio nero di pizzo, elegantissimo. Pretendevo di curarla io con la valigetta del piccolo medico, regalo dell’ultimo Natale, a dosi di Formitrol, pastiglie al mentolo. Raccontava di quando era cappellaia alla Borsalino vecchia, sapeva ancora tutto sui feltri, sui marocchini, sulle finiture della tesa e la cura del cappello per farlo durare una vita.

Adorava l’opera, la Nonna, e dichiarava di essere stata addirittura cantante nel coro del teatro. Poi, per l’asma (o forse per mancanza di fondi e spirito pratico, dato il suo scarso talento) si vide sfumare una carriera lirica.

Passava il tempo incollata alla grande radio di radica, dura d’orecchi all’estremo e canticchiava anche lei le famose arie di Verdi o Puccini. Meglio Verdi !

Non so se a volte scherzasse o se si trattasse proprio di satira reale, quando un giorno, sempre attaccata all’altoparlante, disse: “ Ma il cantante ha l’alito pesante!”. Oppure, un’altra volta, all’annuncio di una canzone di Luciano Tajoli, sbottò:” Ma da quando Togliatti canta??”. Oppure chiamando pervicacemente il kerosene “saraceni”, dopo aver cambiato la vecchia stufa a legna con una più moderna.

Non parlava l’italiano e da lei ho imparato allora un dialetto che oggi stupisce gli Alessandrini per la sua forma antica. U Lisandrèn du lüm[1], con espressioni fenomenali.

 

La Nonna, acquariana come me e la Zia Pina, era nata il 10 Febbraio 1890, data che mi sembrava ed era storica,  addirittura un altro secolo !!!

Portava i capelli raccolti in un severo chignon, che faceva ogni mattina davanti al tavolo da toilette e la guardavo sciogliere i capelli lunghi e neri, ungerli di un olio profumato e formare con l’abilità di decenni, infallibile, il suo puciu[2]

La Nonna era una Santippe per antonomasia. Sempre brontolante e mai soddisfatta di niente. Il suo stufato era migliore di quello della Zia (ed era vero), i suoi “Anròt”[3] più gustosi eccetera. Angariava il Nonno con mille pretesti: “va dal prucheri, lentnòn”[4], cambia la camicia! Pulisci le scarpe prima di entrare in casa!. Insomma un decalogo di cose da fare, in effetti solo per far valere la sua posizione di Nonna matriarca. Corrispondeva al prototipo della matrona, formica regina, servita dalla formichina rossa che si occupava di tutto: lavoro, casa, acquisti, cucina e si cimentava anche imbiancando l’alloggio.

 

Le stagioni ad Alessandria, o “in Alessandria” come preferiscono gli abitanti, sembravano ridotte a due nella mia percezione infantile.

Le nostre visite periodiche avvenivano in estate, durante le vacanze scolastiche, o d’inverno regolarmente per il giorno dei Morti e per Natale.

Tradizionalmente il Natale veniva festeggiato con i regali dei nostri genitori il 25 Dicembre a Torino, per poi partire alla volta dei Nonni ed essere a pranzo da loro. Dai Nonni e dalla Zia Pina non ci aspettavamo alcun regalo, data la loro indigenza. Noi forse lo sapevamo inconsciamente e non ci stupivamo, né facevamo domande ai nostri genitori – quindi nessuna delusione.

Per il giorno dei Morti, come detto, ci aspettava un piatto tipico e unico nel corso dell’anno : i ceci in una specie di minestra densa. E tradizionalmente c’era poi la visita al cimitero.

A quell’epoca si andava soltanto per un caro sepolto, il secondogenito Zio Sandro, nato nel ’16 e  morto nel giugno ’59, anno della mia nascita e di cui io porto ancora il nome secondo il suo desiderio, espresso prima di morire.

Pare che io lo ricordassi anche fisicamente, ma lo ritengo esagerato, a giudicare dalle foto ed in particolare da quella sul comò della nonna, in cui appare in una camicia vagamente marinara, dallo sguardo profondo e dai baffi curati. Era il più alto della famiglia, circa un metro e novanta centimetri. La foto rivela fini tratti mediterranei, occhi scuri estremamente espressivi e zigomi pronunciati. I capelli impomatati e pettinati con cura.

La stessa foto era sulla  sua tomba e per me era impressionante guardarlo mentre mi guardava e soprattutto leggere il suo nome (e cognome) sulla lapide di marmo nero e madreperlaceo.

Non l’ho mai conosciuto, ma i numerosi racconti sentiti lo descrivono come una persona assai spiritosa, allegra, sempre in vena di scherzi. Pare che però il suo spirito non fosse dettato da un’allegria cordiale, ma da un sentimento che definirei “umore amaro”, cioè con un fondo cupo, si direbbe già presagendo il destino che lo porterà via a soli 42 anni. Aveva sposato una “ragazza madre”, la Zia Veglia, che veniva da un paese non lontano, Rocca d’Arazzo.  Il figlio viveva, pare, a New York e, nelle mie fantasie, disponeva anche di un ingente patrimonio, il sogno americano. La Zia abitava al pianterreno di una casa che ricordo fresca e dalla porta sempre aperta, riparata da una tenda blu. Il fresco era un piacevole ristoro al caldo estivo e regolarmente, durante le visite, mi addormentavo. Il suo dialetto era diverso dall’alessandrino e suonava gutturale alle mie orecchie. Mi pareva che dovesse farsi perdonare qualcosa, non capivo che cosa, però.

Lo Zio Alessandro, o Sandròn, era stato militare in Spagna, durante la guerra civile e lo si riconosceva anche vestito militare in diverse fotografie ingiallite dal tempo. Si diceva che fosse morto di tubercolosi infelicemente poco prima dell’introduzione della penicillina, che lo avrebbe salvato. Per me quel ritardo sembrava un’ingiustizia inaudita e avrei già allora voluto fermare il tempo e farlo tornare indietro per riparare al danno.

Dalla Zia Pina avevo sentito dire che al momento della sepoltura gli avevano messo cento lire in tasca (non vi ricorda l’obolo da pagare a Caronte???).*[1]

 

Per arrivare al cimitero si percorre un lungo viale, il Viale Teresa Michel,  persona spesso nominata in famiglia.

Era una specie di spauracchio, non per il cimitero, ma per l’istituto di riposo per anziani e dementi-degenti-indigenti.

“A voi nenta andè alla Michel” “L’è andacia a la Michel”*[2] erano frasi ricorrenti per descrivere o una paura da demonizzare oppure per descrivere il destino estremamente tragico di qualcuno.

Quindi un luogo misterioso, un inferno ante litteram.

 

Nelle sere d’estate era un passatempo uscire di casa ed andare sulla lea*[3] dove c’erano chioschetti illuminati da lampadine multicolori, che vendevano fette di anguria dolcissima e il cocco, presentato in fontanelle a più ripiani. Si passava la serata insieme, chiacchierando e sputando i semi neri sul terreno ghiaioso. Gli argomenti delle serate erano perlopiù tratti dalla cronaca mondana di quei tempi. Le notizie erano diffuse attraverso la radio e confermate, romanzandole, dai rotocalchi. Lo Scià di Persia, la morte di Marilyn, l’assassinio di Kennedy, I Reali d’Italia in esilio, Saragat, poi Leone, tutti personaggi che a me non interessavano, data la mia età e le mie altre preferenze. Topolino era il mio informatore.

 

A volte, si andava al Cinema Rovereto, con l’ingresso sulla piazza antistante alla chiesa di Santa Maria di Castello. Era il cinema parrocchiale che proiettava all’aperto su una parete i film neorealisti del dopoguerra, ma anche i filmoni in costume degli anni sessanta. Ricordo le sedie fatte di strisce di plastica colorata, che lasciavano l’impronta sotto le cosce se si portavano i calzoncini corti. Alla Zia Pina sarebbe piaciuto abitare in una casa adiacente, per poter vedere i film dal balcone senza pagare l’ingresso. Ma era un desiderio irrealizzabile, che anch’io deploravo. Si prendeva uno stick (i più colti lo chiamavano ghiacciolo), io uno rosso e la Zia uno bianco. Lampone e limone. E poi mi addormentavo durante il film.

Una sera, tornando a casa, sul pavimento della cucina della Zia c’era uno scorpione, il primo e l’unico che finora vidi in libertà. Per noi fu uno spavento inenarrabile, per la Zia Pina, invece, una prova del suo sangue freddo: un colpo della ciabatta e dello scorpione non rimase che una macchia informe sul pavimento.

Oltre all’anguria ci attiravano almeno altre due golosità: la focaccia dolce, fresca di forno al mattino e la cioccolata “molle”, venduta sciolta a peso, progenitrice della Nutella, ma ineguagliata nel suo sapore.

La focaccia dolce, unica in Piemonte e credo anche nel resto d’Italia, è una specie di pizza bianca, ma molto più soffice. È zuccherata e lucida. Il suo nome in dialetto provoca imbarazzo ed ilarità se richiesta in altre panetterie fuori dal raggio d’operazione alessandrino.

Sia la Zia Eldina, sia la Zia Pina hanno fatto questa esperienza, chiedendo ai panettieri di Borgo Rossini a Torino 300 grammi di “figasa”.

 

La cioccolata molle, invece, la vendeva il Signor Rossi, anziano commerciante in Via Verona, che teneva anche il libro nero degli acquisti. Si comprava durante la settimana ed il sabato si saldavano i conti, quando potevano essere saldati. Un altro negozio era quello delle “Signorine”, due vecchie sorelle che vendevano di tutto, dai prodotti per drogheria alla verdura. Dalle Signorine la Zia comprava e raccoglieva i punti. Con i punti riceveva poi in regalo dei vasi enormi, mai usati, che poneva in bella mostra sul comò. Uno di quei vasi l’ha accompagnata poi sino a Torino.

 

Tra le altre visite obbligate c’era quella allo Zio Giovanni, l’ultimo fratello della Nonna e quindi un Grati, sposato alla Zia Elisa. Lo Zio mi riceveva dicendo una frase di due parole soltanto: “Scapezzatissimo rapezzino”, il cui significato mi è oscuro tutt’oggi. Forse era solo per il suono insolito, oppure una deformazione di “ragazzino”, in ogni caso era la regola.

I due avevano un figlio, Franco, che faceva il commerciante di ortaggi (anche lui ricchissimo???). Lo Zio Giovanni era soprannominato “el Busardèn”*[4] per la sua abitudine di ingigantire gli avvenimenti o di inventarseli di sana pianta. L’unica eredità che ha lasciato è il soprannome, passato alla Zia Eldina, al femminile.

Di loro non ricordo molto, solo che proprio nel giorno dell’esumazione dello Zio Sandro, non abitando più la Zia Pina ad Alessandria, ma a Torino, eravamo andati io e lei in treno per assistere alla cerimonia ed eravamo ospiti da loro. Io adoravo la “casciancana”, il frutto del carrubo, e ne mangiai due. Poi si andò al cimitero con lo Zio Angelo, il marito della Zia Eldina che nel frattempo ci aveva raggiunti con l’Ape. Per strada mi colsero gli effetti collaterali del frutto, e a chi li conosce non è necessario raccontare quali siano. Comunque era un giorno di pioggia e mi dovetti fermare più volte sul Viale Teresa Michel, accovacciato e riparato da sguardi indiscreti grazie all’ausilio dall’ombrello dello Zio Angelo, provvidenzialmente messo a disposizione. Certamente un atto poco degno alla solennità del giorno.

Erano giorni poveri, semplicissimi. Mai grandi discussioni, ma neppure litigi. Il limbo privilegiato dell’infanzia. Moltissimi fantasmi appartenenti ad un passato non mio, ma a quello dei Nonni e degli Zii. Una sequenza di altri nomi ed altri personaggi scomparsi da tempo che, nonostante la loro assenza fisica, erano presenti e si formavano nella mia fantasia.

La rossa e procace “Predàs”, maggiorata e vamp, la “Pe’ ‘d ciapa” animatrice delle notti sullo Spalto Rovereto, Barba Pidrèn, uno prozio materno confuso e affetto da mania di persecuzione, tutte persone di cui si conoscevano i soprannomi ma i loro veri nomi erano a tutti pressoché sconosciuti. Conosciutissime invece le loro imprese che col passare degli anni diventavano da estremamente comiche ad eroiche. E che in realtà erano semplicemente umane.

 

L’unico svago mondano che ci era concesso, e che si sfruttava appieno, era rappresentato dalla piscina comunale, in riva al Tanaro.

Nei miei ricordi era un paradiso. Soprattutto la vasca di forma ovale con l’acqua bassa per i bambini che ancora non sapevano nuotare. Ci rimanevo a sguazzare a lungo, sotto gli occhi prudenti di Paola, mia sorella, che mi intimava di uscire dall’acqua al primo accenno di raffreddamento. Cioè quando le labbra erano più blu di quelle di un cardiopatico. Devo dire che faceva più attenzione a me che non ai ragazzini che le stavano già intorno, essendo di otto anni maggiore, era già una signorina molto attraente.

All’uscita della piscina c’era spesso un veicolo-chiosco che vendeva dolciumi, ma soprattutto la “Bel e Calda”, cioè la farinata. La metteva a spesse fette tra un bombolone tagliato a metà e cosparso di zucchero. Un’altra stranezza che a noi cittadini di Torino era sconosciuta. Ma la divoravamo come fosse stata l’ultima cena.

 

La chiesa di Santa Maria di Castello è, come detto, la più antica di Alessandria e si trova nel quartiere Rovereto. Sul suo lato di Via Santa Maria di Castello c’era una piccola finestrella, che a noi piccoli era dato raggiungere arrampicandoci di una cinquantina di centimetri per dare una sbirciatina.

Attraverso il vetro polveroso si scorgeva una figura stesa su un giaciglio, incoronata di fiori con le mani incrociate sul petto. Si trattava di una santa, credo Santa Caterina, una figura di cera o di gesso. Ma per noi era una reliquia dal valore perlomeno da Vaticano. E, nella nostra immaginazione vivida e non inquinata dal computer e dalla televisione, diventava di volta in volta una mummia egizia, un miracolo, uno zombie, una bambola o un manichino. Le opinioni erano tante quanti eravamo noi. Si, perché la casa dei Nonni pullulava di ragazzini. Ricordo una famiglia che aveva sei figlie. La maggiore, Marzia, era la mia più grande amica. Sempre col moccio al naso, intraprendente e coraggiosa, aiutava anche la madre nei lavori domestici (che si limitavano, spesso, al vestire le sorelle). Si diceva che avesse anche i pidocchi*[5].

Con Marzia avevo anche compiuta un’impresa che procurò alla Nonna ed alla Zia Pina un giorno preoccupazioni infernali: semplicemente eravamo andati in riva al Tanaro. Tornando a casa con le scarpe infangate, la Nonna mi chiese dove eravamo stati. Alla mia risposta cadde quasi in deliquio, immaginando che cosa ci sarebbe potuto accadere. Ma non tanto per il fiume, quanto per aver attraversato “El Stradon”, cioè lo Spalto Rovereto, ai suoi occhi di nonna mai uscita di casa, una specie di circuito di Monza, infestato da bolidi. Si parla dell’anno 1965, quando cioè passava un’automobile ogni cinque minuti…

 

Nel cortile enorme della casa c’erano alberi ed addirittura un orto con pomodori e altre verdure, che gli inquilini si distribuivano tra loro generosamente. C’era anche un vecchissimo fico. Io passavo ore a giocare seduto sul suolo e costruivo castelli di terra con la paletta ed il secchiello, ignorando i richiami per pranzo della Nonna e guadagnandomi l’epiteto “cercatore di merde di gatto”, che il Nonno spontaneamente mi affibbiò riferendosi appunto a quello che i numerosi gatti (e topi) lasciavano sepolti. Bastava la terra del cortile e la poca sabbia per tenermi occupato tutto il giorno. Sotto l’appartamento dei Nonni c’era una porta, l’ingresso ad una bottega di verniciatori di mobili, i “Frasnera”. Due fratelli lavoravano verniciando e riverniciando mobili d’antiquariato e ricordo perfettamente l’odore che emanava da quel laboratorio: un misto di lacca-acquaragia-solvente. Lo stesso odore che aveva un piccolo vascello che mi avevano costruito e verniciato i fratelli, come giocattolo.

 

Il 9 di Febbraio, alla vigilia del compleanno della Nonna, il Nonno Angelo le disse: “Adele, varda che admon mateina at fas an bel regal”[6]. Il mattino non si alzò più dal letto e, tranquillo come aveva sempre vissuto, fece il suo ultimo viaggio. Lo vidi per l’ultima volta disteso sul letto, col vestito bello delle occasioni, coi capelli a spazzola grigi e folti, come se dormisse. Dovetti dargli un bacio sulla guancia e solo allora mi accorsi di quanto fosse freddo. La morte era diventata reale. Di lui mi rimane una foto con Mirca ed il ricordo del nonno più buono del mondo.

 

Dopo averci abitato per lunghi 57 anni, poco dopo la morte del Nonno Angelo il 10 Febbraio del 1967, la Nonna e La Zia Pina si trasferirono in Spalto Rovereto, al numero 4.

 

 

Non esiste più la casa in Via Santa Maria di Castello.

 

Dopo l’abbattimento, fu costruita una palazzina moderna di nessun sapore e dall’aspetto banale.

 

[1]     Le cento lire sono poi state effettivamente ritrovate nel 1973, durante l’esumazione e sono state date a me, che le conservavo a Torino. Dove oggi siano mi è sconosciuto, forse Caronte le ha riprese.

[2]     Non voglio andare alla Michel, è finita alla Michel

[3]     viale

[4]     Il Bugiardino

[5]     Per sapere il nome di questa famiglia chiesi alla Zia Eldina chi avesse i pidocchi nella casa. La sua risposta telegrafica fu :”tutti”.

[6]     Adele, guarda che domani mattina ti faccio un bel regalo

[1]     L’alessandrino del lume (quando non c’era l’elettricità)

[2]     Chignon

[3]     Agnolotti

[4]     Va’ dal parrucchiere, capellone

 

Precedente Navigando nel dialetto alessandrino - nevicata del 5 marzo 2016 Successivo Se hai più di 50 anni leggi ed emozionati...A tutti quelli che ci sono stati.