9 Maggio 1974: La rivolta nel Carcere. Casa Circondariale di piazza Don Soria Alessandria

9 Maggio 1974: La rivolta nel Carcere.

Casa Circondariale di piazza Don Soria Alessandria, Piemonte, Italia

IL FATTO.

Alessandria fu scossa da un episodio di cronaca che rimase nella storia non solo locale: la strage nel carcere di piazza Don Soria. Era un giovedì, il 9 maggio, vigilia di voto: la domenica per la prima volta gli italiani avrebbero partecipato ad un referendum per decidere se mantenere o meno la legge sul divorzio.

Un clima infuocato che finì per avere conseguenze anche su quella vicenda carceraria.

L’allarme scattò alle 10: «Correte c’è una rivolta in carcere». Allora il Don Soria era l’unico in città, impossibile sbagliare.

I PROTAGONISTI.

I detenuti Cesare Concu, Domenico Di Bona, Everardo Levrero si erano asserragliati nell’infermeria e poi nei bagni con tredici di ostaggi.

LE VITTIME.

Sette: due detenuti, due guardie e tre civili: un medico, un insegnante ed un’assistente sociale; il medico Roberto Gandolfi, l’assistente sociale Graziella Vassallo Giarola (offertasi nella convinzione «di farli desistere»), Pier Luigi Campi, insegnante della scuola carceraria, gli agenti di custodia Sebastiano Gaeta e Gennaro Cantiello, tutti poi morti. Inoltre c’erano altri insegnanti e anche un detenuto.

IL PIANO.

I tre avevano due rivoltelle. Volevano evadere. Il piano lo avevano organizzato Concu e Di Bona, a loro volta uccisi, coinvolgendo Levrero che, rimasto incolume, scontata una lunga pena, oggi vive all’estero.

LA TRATTATIVA.

Cominciò una lunga, snervante trattativa. I mediatori furono diversi, fra cui alcuni giornalisti e religiosi: tutta gente di cui per un motivo o per l’altro i rivoltosi si fidavano. Dettarono le condizioni: a loro bastava un auto veloce e la garanzia di non essere seguiti. Detto così un piano semplice e un po’ folle. Ma Concu e gli altri pensavano probabilmente che lo Stato non arrivasse a sacrificare vite innocenti in cambio di tre detenuti ritenuti «non pericolosi», anche se due erano assassini e il terzo rapinatore.

Invece c’era di mezzo quel referendum che prevedeva un grande impegno di uomini nel servizio di ordine pubblico, ma soprattutto che lo Stato dimostrasse di saper controllare ogni situazione. Così arrivò l’ordine di chiudere la vicenda in fretta. Inutili gli sforzi di chi, come il pm Marcello Parola, suggeriva di «temporeggiare» e prenderli per sfinimento. A tutto questo si aggiunse la notizia nel pomeriggio dell’uccisione del dottor Gandolfi, la prima vittima.

L’IRRUZIONE E LA STRAGE.

Un cordone sanitario si strinse attorno al carcere finché il venerdì pomeriggio fu dato l’ordine di irrompere e fu la strage, con sette morti e molti feriti. Sono passati 40 anni e ancora restano domande senza risposta. Per non dimenticare abbiamo voluto un percorso fra le testimonianze di chi c’era e il tentativo di dare delle risposte anche se a 40 anni di distanza.

R. AL.

lastampa.it

in collaborazione con: Alessandria Film Storia. Alessandria della Paglia.

 

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